L’arte femminista di Clemen Parrocchietti

“Sono convinta che non sia possibile una completa rivoluzione sociale se prima le donne non abbiano raggiunto una vera coscienza del proprio ruolo” – Clemen Parrocchietti

Una bella news: avete tempo fino all’8 febbraio per visitare Ironia Ribelle, la mostra che Palazzo Medici Riccardi dedica a Clemen Parrocchetti, autrice del Novecento, ancora poco conosciuta, ma sorprendentemente attuale, vicina al movimento femminista italiano.

Vi consiglio di vederla con una visita guidata per non perderne la bellezza e l’efficacia del messaggio che vuole trasmettere. A cura di Marco Scotini e Stefania Rispoli, con la direzione artistica di Sergio Risaliti, il percorso riunisce oltre cento opere tra dipinti, disegni, sculture, arazzi, documenti e materiali d’archivio e restituisce la figura di un’artista anticonformista, che ha saputo unire ricerca estetica e militanza politica.

«Clemen Parrocchetti si insedia nelle stanze del palazzo per rovesciare, con profonda e festosa ironia, gli stereotipi dell’universo femminile – spiega Valentina Zucchi, responsabile scientifico del Museo di Palazzo Medici Riccardi – negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, mentre le sue coetanee protestavano in piazza, Parrocchetti esprimeva – grazie alla feconda abilità e alla cura amorosa di chi sa tessere e cucire – la creatività insita nel quotidiano, trasformando materiali tessili e oggetti da merceria in opere d’arte potenti e provocanti, che continueranno a rinnovarsi e a imporsi anche nei decenni seguenti. Parrocchetti ci invita a superare le barriere dei pregiudizi sulla donna – musa, sposa, madre, custode, angelo – e delle questioni di genere che tuttora, pur in un mutato contesto, trovano i loro significati; e lo fa nel segno dell’arte».

Autrice di un linguaggio originale, provocatorio e autentico, eppur appartenendo a una borghesia, in quegli anni di battaglie Clemen Parrocchetti scriveva “Non voglio più essere sfogliata, non voglio più che mi si strappino le ali. Le rivoglio tutte, vibranti di luci e suoni per volare”: la mostra ripercorre l’intero arco creativo dell’artista milanese, che al fianco di altre donne della sua generazione ha agito ai margini del sistema culturale ufficiale, dominato da logiche maschili e da modelli prestabiliti, sostenendo l’urgenza di un ripensamento profondo del ruolo femminile tanto nell’arte quanto nella società.

Il percorso parte da Amore e divorazione (1969), con tele che sembrano urlare, con corpi smontati, bocche in primo piano, palette acide. L’artista rompe con la pittura più cupa degli esordi e lascia che la carica del Sessantotto esploda in figure scomposte, in un dissenso carnevalesco. Si passa poi ai Trofei solari, più astratti, più luminosi, ma ancora sospesi tra gioco e ferita. È qui che, nel 1973, arriva Promemoria per un oggetto di cultura femminile: il cucito che diventa dichiarazione politica, il lavoro domestico che si emancipa dal proprio destino di invisibilità e si fa strumento di autocoscienza.

La sezione centrale pone il focus su una Parrocchetti delle mostre milanesi e pavesi degli anni Settanta, quella che maneggia aghi, siringhe, rocchetti, bambole e utensili da cucina come fossero dispositivi di contro-narrazione. La sua adesione al movimento di liberazione della donna e la contestazione si traduce in opere dove l’utilizzo di strumenti come aghi, fili, rocchetti evidenziano la condizione sottomessa della donna. A fine anni Settanta lo spazio si allarga: juta, triangoli penetrabili, installazioni come Barriere che suggeriscono passaggi e superamenti. Il corpo femminile diventa un atlante aperto, da leggere in modi nuovi.

Eco-femminismo tra diari cuciti e metafore sugli insetti.

Negli anni Ottanta e Novanta le opere si fanno più diaristiche: organza, paillettes, tulle, brandelli di memorie cucite. Sono lavori leggeri solo in apparenza; dietro la frivolezza dei materiali c’è un continuo lavoro di messa a nudo. Appare anche Io Micol, un autoritratto in cui artista e cane convivono in un sistema non gerarchico, come se il mondo potesse davvero essere ripensato da zero. Una parte che mi è molto piaciuta è racchiusa nella stanza con le vetrate. Qui le protagoniste sono pulci, blatte, pidocchi, meduse, tarme. Non come minacce, ma come metafore. Parrocchetti mette in scena un eco-femminismo intuitivo, in anticipo sui tempi: il dominio patriarcale sul corpo femminile riecheggia lo sfruttamento della natura, e viceversa. Gli insetti diventano specchi minuscoli, rivelatori di paure e potenzialità.

Palazzo Medici Riccardi offre tutti i sabati e le domeniche visite guidate che permettono di attraversare l’intera parabola dell’artista, che io consiglio vivamente di fare, anche perché uscendo dalle sale si ha una sensazione meno didattica e più vicina alle idee che l’artista voleva esprimere. Non una soluzione, non una ricetta: una possibilità. La possibilità che l’arte serva ancora a ripensare ciò che sembrava dato per scontato.

Informazioni: prenotazioni allo 055-276 0552 o info@palazzomediciriccardi.it.

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