Mangiare vegetariano & vegano a Firenze

Quando si parla di ristorazione vegetariana o vegana è difficile non scadere nel classico cliché delle verdure che non saziano. Come se, togliendo carne e pesce dal piatto, non restasse altro che un’insalata triste da guardare con rassegnazione. Fortunatamente non è così, anche in una città come Firenze, roccaforte di bistecche e lampredotti. Ho fatto un tour ragionato dei migliori posti dove mangiare vegetariano e anche vegano). Tra locali storici e nuove aperture, questa guida raccoglie alcuni indirizzi dove mangiare, dal pranzo veloce alla cena più ricercata, con una regola fondamentale: qui le verdure non sono relegate al ruolo di contorno. Nota bene: come tutte le mini guide che propongo, scelgo solamente posti dove il rischio di lamentele rasenta lo 0%, al massimo l’1%. Detto questo, partiamo!

Il vegetariano

Avete presente la terza classe del Titanic, quando Rose scende a trovare Jack e improvvisano balli e tarantelle irlandesi? Ecco, più o meno, la situazione con i tavoli in legno e marmo potrebbe sembrare la stessa e invece…Da “Il vegetariano” sono stati i primi a Firenze ad aprire un locale di questo tipo, nel 1981. Se ci fate caso, sul loro sito campeggia la frase “…è come mangiare nella cucina del tuo migliore amico” e infatti, il fascino di questo locale è dato proprio dall’atmosfera priva di formalismi, eppure accogliente e conviviale. L’ordine si fa alla cassa, poi si sceglie tipo self-service al bancone e si torna a sedersi. Tra i best-seller da provare ci sono sicuramente le insalatone sia cotte al vapore che crude (e mi raccomando chiedete la loro salsa alla curcuma che è stellare). Riguardo ai primi, fanno anche delle mezze-porzioni che in realtà sono giganti e se capitate lì per un pranzo di lavoro vi serviranno in maniera veloce e sarete sazi. Personalmente, ogni piatto che ho assaggiato da loro mi ha sempre riempito. Da non sottovalutare le crostate rustiche, gli sformati e le quiches. Spoiler: fanno dei dolci vegane paz-ze-schi, che fanno alzare i trigliceridi solo a guardarli. Info: via delle Ruote, 30r – Tel. 055 475030.

5 & Cinque

Una boiserie celeste, tavoli in marmo e delle vecchie foto in bianco e nero sulle pareti. È ciò che troverete entrando da 5 & Cinque, il bistrot di una cucina naturale vegetariana nel cuore dell’Oltrarno, in piazza della Passera. Aperto dal 2010, in questo ristorante, fanno tutto con le loro mani: dalle paste ripiene alle torte salate, dalle focacce agli sformati, dai dolci ai cantucci, dalle confetture alle mostarde. Tra i loro best-seller l’immancabile cecina, che servono in vari modi (al naturale, con una spolverata di pepe o con lo stracchino). La preparano anche nel tradizionale 5e5 a panino, ovvero come si diceva una volta “cinque soldi di pane e cinque di farinata”. Sono aperti da mercoledì a domenica. Info: piazza della Passera, 1 – tel. 055 2741583.

Libreria Brac

Cosa succede quando metti insieme uno chef fantasioso specializzato in cucina vegetariana e vegana innamorato del fumetto e dell’illustrazione e una bibliofila amante d’arte, teatro, danza, cinema e fotografia? Succede che ne esce una “libreria con cucina”. La Brac nasce nel 2009 e si afferma nel panorama fiorentino come punto di riferimento per tutti gli appassionati della cucina e dell’arte contemporanea. Oltre a eventi, reading e presentazioni, all’interno della libreria è possibile consultare e/o acquistare testi di architettura, design, fotografia, cinema, grafica. Sul menù, le proposte sono vegetariane e vegane, preparate al momento, con ingredienti stagionali. Un luogo dove sfogliare un libro con un calice di vino tra le mani oppure semplicemente ammirare l’installazione di fronde colorate (più di 5mila strisce di tessuto) sospese tramite cavi d’acciaio che danno sulla corte interna. Info: via dei Vagellai, 18r – 055 094 4877.

Alchimia Vegetale

Una delle aggiunte più recenti alla scena dei ristoranti vegani a Firenze è Alchimia Vegetale, piccolo locale aperto alle Cure, con appena 16 coperti, un ambiente intimo tra piante e stampe botaniche vintage e una filosofia che non si definisce soltanto vegana, ma antispecista. Qui la cucina parte da verdure, legumi e frutta, lavorati attraverso brace, fermentazioni, affumicature, spezie, frutta secca, miso e salse. La proposta ruota intorno a un menu degustazione vegano di sei portate, preparate al momento, che cerca di costruire gusto e complessità senza imitare piatti a base di carne, pesce o altri ingredienti animali. E, tornando al cliché iniziale: sì, si esce sazi. Il menu degustazione costa 45 euro a persona, vini esclusi, con acqua, pane e servizio compresi. Il locale è aperto dal martedì al venerdì soltanto a cena e il sabato a pranzo. Info: via Sacchetti, 21. Prenotazioni online. Per saperne di più: leggi l’articolo dedicato.

Santo Falafel

Il verde delle piante che scendono dal soffitto matchano alla perfezione con la scritta al neon che si vede appena si entra: “In hummus we believe”. E infatti, l’unico Dio in cui credono da Santo falafel è il Dio Hummus, dove propongono una cucina 100% vegana di ispirazione libanese. Andare da Santo falafel (localino piccolo e spartano, a cui è meglio preferire il take away o il delivery, tanto sono serviti da tutti) è come fare un viaggio attraverso i sapori della tradizione araba e mediorientale. Dai piatti tradizionali come il Babilonia (3 falafel, 3 involtini in foglia d’uva ripieni di riso e menta, insalata di tabbouleh e tre creme) a quelli più veloci e senza pretese come le pitas e le focacce. Perfetto per un pit-stop quando siete in zona Santo Spirito. Info: Via Sant’Agostino, 28r – tel. 347 874 0278.

#Raw

Sempre a due passi da Piazza Santo Spirito, esattamente in via Sant’Agostino 11/R, se siete interessati alla cucina vegana e crudista, il posto che fa per voi è #RAW. Nel loro menù c’è una gran varietà di piatti della cucina vegana; tutto quello che producono è inoltre senza glutine, senza zuccheri raffinati, senza lattosio e senza conservanti o additivi. Dalle piadine ai toast, dal ramen alle insalate, la cucina di #RAW è leggera, poco elaborata, fatta per esaltare gusti e sapori. Siccome il locale non è grandissimo hanno pensato bene di fare anche consegne da asporto. Diciamo che è il posto giusto per fare un pranzo veloce o una pausa salutista se vi viene fame dalle 11 alle 18.  Sono chiusi lunedì e martedì. Info: via Sant’Agostino 11/R, Firenze – Tel. 055 7091328

Shake Café 

Vi avevo già parlato dei loro meravigliosi brunch qui, e dunque ripropongo la loro carta vincente fatta di piatti sia vegetariani che vegani. Prima di porsi come juice bar o ristorante, Shake Café pone l’accento sull’offerta di cibi freschi e salutari in modo accessibile e sostenibile. Si può ordinare sia dal menù fisso che piatti espressi dal menù del giorno, che cambia abbastanza spesso. Le bowl vegane sono super e saziano molto. Ci si può comporre le proprie piadine (ma se siete più fighi potete chiamarle wrap!). L’ambiente è informale, ci si può incontrare per lavorare, studiare o soltanto godersi un caffè (quello con caramello è top!). Hanno 4 sedi a Firenze, anche se la più bella per me rimane quella di via Cavour. Info: via Cavour, 67r (055 051 5418); via degli Avelli, 2r (055 295 310), via de’ Neri, 56 (055 906 0597); via del Corso, 28 (055 215 9528).

Cortese Café 900

Non solo salato. Direttamente sotto i portici di Piazza Santa Maria Novella, accanto al Museo del ‘900 si nasconde il Caffè Cortese 900, bar pasticceria gestito dal pasticcere crudista Vito Cortese. In questo luogo dall’arredamento senza tempo l’atmosfera è in stile vecchio deposito bagagli, con le cementine nere e bordeaux, realizzato nei locali di una vecchia agenzia turistica. Dunque solo ingredienti bio, vegani e pregiati come la frutta secca, trasformati senza cottura in ricette gourmet. Le preparazioni sono senza farine, senza uova, senza burro, senza glutine e senza zucchero (aggiungo senza sensi di colpa a questo punto!). Aperto dalla mattina per la colazione fino alle 23, accessibile anche a chi non visita il museo. Info: Piazza za di Santa Maria Novella, 12R – Tel. 055 024 1691

Alchimia Vegetale: alle Cure il ristorante vegano e antispecista

Da un home restaurant nella campagna toscana a un piccolo locale alle Cure. Alchimia Vegetale è il progetto dello chef Danilo Dispoto: cucina interamente vegetale, appena una quindicina di coperti e una filosofia antispecista che non riguarda soltanto ciò che arriva nel piatto, ma anche il modo di intendere il lavoro e la ristorazione. Sono andata a provarlo.

Quando avevo parlato per la prima volta con Danilo Dispoto, le pareti del nuovo Alchimia Vegetale erano ancora (quasi) da pitturare. Adesso quelle porte si sono aperte e sono andata finalmente a vedere – e soprattutto ad assaggiare – cosa è diventato il progetto nel suo passaggio dalla campagna a Firenze.

Siamo alle Cure, in uno di quei quartieri che, almeno per ora, non si sono venduti al turismo di massa e mantengono una dimensione popolare. Ed è proprio la parola popolare che Danilo aveva utilizzato durante la nostra prima chiacchierata per spiegarmi cosa avrebbe voluto fare.

«Non vogliamo darci arie, vogliamo andare sul popolare».

Alchimia Vegetale arriva infatti dall’esperienza di un home restaurant in Toscana, cresciuto negli anni fino a convincere Danilo a fare il grande salto verso Firenze. «C‘era richiesta e ho colto la palla al balzo per trasferirmi», mi aveva raccontato. Pugliese, originario di Bari, vive in Toscana da dodici anni e alle spalle ha diverse esperienze professionali, anche all’estero. Alle Cure ha creato un ristorante minuscolo, appena 14-16 coperti, dove la dimensione raccolta dell’esperienza precedente non è andata completamente perduta.

L’ambiente è piccolo, intimo e coerente con tutto il resto del progetto: molte piante, stampe botaniche vintage alle pareti. L’atmosfera è informale, senza quell’estetica un patinata che spesso accompagna i nuovi locali dedicati alla cucina vegetale. E quando dico piccolo, intendo piccolo davvero: non lo consiglierei a chi vuole cenare con bambini che hanno bisogno di spazi e/o seggioloni. Bisogna sedersi e godersi il tempo delle portate.

Il menù degustazione

La cucina parte essenzialmente da verdure, legumi e frutta, seguendo ciò che offre il mercato e cercando di non stravolgere inutilmente gli ingredienti. Durante la mia cena ho provato un menù vegan di sei portate, preparate al momento. Abbiamo cominciato con quello che per me è stato probabilmente il piatto migliore della serata: mutabal di zucchine, pinoli, yogurt allo za’atar e un fiore di zucca in pastella ripieno di ricotta di mandorla. Il fiore fritto, in particolare, è stato pazzesco. Subito dopo il porro alla brace con salsa teriyaki, uvetta, noci, latte di cocco e olio all’erba cipollina. Un ingrediente apparentemente semplicissimo che qui riesce a reggere da solo il centro del piatto senza bisogno di travestirsi da qualcos’altro. La terza portata è stata una minestra tiepida di zucca e lenticchie con tofu affumicato e zenzero, prima di arrivare a un altro dei miei preferiti: il risotto al miso rosso con fichi, cremoso di anacardi e olio al timo. Segue la melanzana glassata in salsa hoisin, pesto di bietola, hummus al curry e sriracha, mentre la chiusura è affidata a un cremoso di nocciole, cacao e grano saraceno. Il dessert è entrato senza problemi nella mia personale top four della serata. Il costo del menu è di 45 euro a persona, vini esclusi, e comprende acqua, pane e servizio.

Porro alla brace con salsa teriyaki, uvetta, noci, latte di cocco e olio all’erba cipollina © Lamentina

E sì: sono uscita sazia. Che potrebbe sembrare una precisazione superflua, ma quando si parla di un menù interamente vegetale c’è ancora qualcuno che immagina di alzarsi da tavola con il desiderio di fermarsi a mangiare una pizza sulla strada di casa. Posso confermare che non è stato questo il caso.

La mia sensazione, guardando e assaggiando questi piatti, è che serva persino più lavoro per costruire una cucina vegetale interessante rispetto a una cucina che può contare anche su carne, pesce, uova e latticini. Non basta togliere la componente animale: bisogna trovare altrove struttura, sapidità, parte grassa, consistenze e profondità.

Ecco allora che entrano in gioco brace, fermentazioni, affumicature, spezie, frutta secca, miso, salse e lavorazioni diverse. E soprattutto entra in gioco la capacità di prendere un porro, una melanzana o un fiore di zucca e far sì che non sembrino il contorno di qualcosa che manca. È forse questo l’aspetto che ho apprezzato maggiormente della cena: non ho avuto la sensazione di mangiare una versione vegana di qualcos’altro.

Vegano e antispecista

C’è poi un punto sul quale Danilo insiste e che distingue Alchimia Vegetale da molti altri ristoranti plant based: il locale non si definisce semplicemente vegano, ma antispecista.

«I vegani cucinano in modo etico senza ingredienti animali. L’antispecismo non accetta il compromesso della disuguaglianza tra le specie», mi spiega.

Nella sua visione, quindi, il principio non può fermarsi all’assenza di ingredienti di origine animale. Deve riguardare anche le persone che lavorano nel ristorante e quelle che fanno parte della filiera. «Non sfruttiamo né animali né umani». Una dichiarazione importante, che Danilo prova a tradurre anche nell’organizzazione concreta del lavoro: cinque giorni alla settimana, un unico turno e chiusura durante le festività. Alchimia Vegetale apre infatti dal martedì al venerdì soltanto a cena e il sabato esclusivamente a pranzo. Niente sabato sera. «Ci teniamo tanto alla famiglia e agli affetti e la vita deve essere centrale, non il lavoro totalizzante». Anche questa è una scelta politica, soprattutto in un settore in cui weekend, festività e doppi turni sono spesso considerati inevitabili. Per Danilo il benessere che sta alla base del progetto deve riguardare gli animali, ma anche le persone.

Un’ alchimia che funziona?

Al di là della filosofia – che si può condividere interamente oppure no – sono uscita dal ristorante soprattutto con la sensazione che dietro quei piatti ci fosse molto impegno. Perché cucinare vegetale in questo modo significa rinunciare alle scorciatoie offerte da tanti ingredienti tradizionali e costruire gusto e complessità partendo da una materia prima che troppo spesso siamo abituati a relegare ai bordi del piatto.

Informazioni utili: via Sacchetti, 21 (Le Cure). Aperto dal martedì al venerdì a cena; sabato solo a pranzo. Opzioni senza glutine: disponibili. Prenotazioni online tramite il sito e il profilo Instagram di Alchimia Vegetale.

Pitti Bimbo 103 visto da una mamma: tra brand sostenibili, tendenze e colpi di fulmine

Sarà perché quando torna settembre, con lui ritorna puntuale il pensiero del #backtoschool. O forse perché da quando sono mamma di Allegra guardo il kidswear con un’attenzione che prima, inevitabilmente, non avevo. Fatto sta che Pitti Bimbo mi è sembrata l’occasione perfetta per andare a caccia di novità, scoprire nuovi brand e, perché no, portarmi avanti mentalmente con i prossimi acquisti. Tra stand, sfilate e presentazioni, ecco alcuni dei brand e dei progetti che mi hanno colpito di più durante l’edizione numero 103.

Poco Blush, un colpo di fulmine arrivato da Shanghai

Il brand di cui mi sono innamorata a prima vista viene da Shanghai e si chiama Poco Blush. Fondato nel 2019, il marchio propone abbigliamento per bambini dai 4 ai 12 anni e costruisce le sue collezioni attorno a un immaginario fatto di stampe originali, personaggi disegnati a mano, colori decisi e silhouette giocose. L’idea alla base del brand è semplice: i bambini non sono adulti in miniatura e anche il loro modo di vestirsi può raccontare qualcosa della loro immaginazione. Le collezioni sono pensate per bambini che giocano, viaggiano, esplorano e si muovono liberamente, con capi comodi ma tutt’altro che banali. Tra le stampe protagoniste per la primavera/estate ci sono Cherry & Cream, Klein Blue Bunny, Kitty Warriors, Ink-Wash Animals e Cherry Pony. Accanto ai capi più particolari e da passerella, la collezione comprende anche abbigliamento per tutti i giorni, costumi da bagno, calze, sciarpe, asciugamani e morbidi capi estivi. Un mondo molto riconoscibile, colorato e pieno di dettagli che, almeno per quanto mi riguarda, è stato uno dei veri colpi di fulmine della fiera.

Mini Kyomo, l’orologio pensato da una mamma

Un altro incontro interessante è stato quello con Aurélie Robin, CEO e fondatrice di Mini Kyomo. Il brand francese è nato cinque anni fa proprio da un’esigenza personale. Aurélie cercava un orologio per suo figlio che fosse bello, resistente e adatto a un bambino, ma non riuscendo a trovare quello che aveva in mente ha deciso di crearlo da sola. Così è nato Mini Kyomo: un marchio di orologi dal design elegante, vintage e colorato, pensati per essere indossati dai più piccoli senza avere un’estetica eccessivamente infantile. Gli orologi sono realizzati a mano in Italia utilizzando materiali riciclati e sono progettati per resistere alla vita quotidiana dei bambini: il meccanismo e il vetro sono antiurto, perché un orologio destinato a un bambino deve inevitabilmente sopravvivere a qualche avventura. Inoltre, grazie alla doppia indicazione di ore e minuti sul quadrante e alle lancette colorate, gli orologi aiutano i bambini anche a imparare a leggere l’ora. E sì, sono ufficialmente uno di quegli accessori che molte mamme probabilmente vorrebbero sottrarre ai propri figli. Con una buona notizia: Mini Kyomo può essere indossato tranquillamente anche dagli adulti.

Colore, stampe e personaggi: il kidswear che racconta storie

Tra gli elementi che più ho ritrovato in questa edizione di Pitti Bimbo c’è sicuramente la voglia di costruire collezioni sempre più riconoscibili. Il colore torna protagonista, insieme alle grafiche, ai personaggi e alle stampe che trasformano anche un capo quotidiano in qualcosa di immediatamente identificabile. Tra i brand che meglio rappresentano questa direzione ci sono Bobo Choses e Mini Rodini, due nomi ormai diventati veri e propri punti di riferimento per chi cerca un kidswear più creativo e meno convenzionale. Bobo Choses mi ha anticipato la collezione Autunno/Inverno 2026, “All About Monsters”, dedicata ai mostri e, soprattutto, alla bellezza di essere diversi. I mostri della nuova collezione non sono necessariamente spaventosi. Alcuni hanno troppi occhi, altri nessuno. Alcuni fanno molto rumore, altri preferiscono restare in silenzio. Sono strani, curiosi, goffi e pieni di immaginazione. Un tema che parla di diversità senza trasformarla in una lezione, ma semplicemente raccontandola attraverso il gioco e l’immaginazione. Mini Rodini, fondato nel 2006 da Cassandra Rhodin, è un brand svedese che ha contribuito a cambiare il modo di intendere la moda per bambini. Le sue collezioni, spesso unisex, uniscono capi comodi e facili da indossare a stampe divertenti, personaggi immaginari e fantasie immediatamente riconoscibili. Dietro l’estetica colorata c’è anche una particolare attenzione alla sostenibilità, dalla scelta di materiali biologici, certificati e riciclati all’impegno verso processi produttivi più responsabili dal punto di vista ambientale e sociale. Un modo di fare kidswear che mette insieme creatività, qualità, comodità e attenzione all’ambiente, senza rinunciare alla personalità. Per la nuova collezione, tra le fantasie che mi sono rimaste più impresse ci sono sicuramente le sirene gatto, perfettamente in linea con quell’universo un po’ strano, ironico e coloratissimo che ha reso Mini Rodini così riconoscibile.

Kiosk France by Delajoie, una piccola Parigi dentro Pitti Bimbo

Tra i progetti di comunicazione e networking che ho trovato più interessanti c’è Kiosk France by DELAJOIE, la press room del salone pensata come uno spazio di incontro ispirato ai caffè francesi e all’atmosfera parigina. Il progetto è stato ideato dal duo Delajoie, Alice e Anaïs, e ha trasformato uno spazio della fiera in un piccolo hub creativo dove buyer, brand e stampa potevano incontrarsi, lavorare e conoscere una selezione di marchi francesi. Più che una semplice press room, un luogo pensato per fermarsi, parlare e creare connessioni, con un allestimento che univa design, oggetti e quella certa idea di art de vivre francese che, diciamolo, funziona sempre, soprattutto se accompagnato da burrosi croissant. Tra i brand presenti c’erano Botou, Choeur Coeur / Prout, Club Trésor, Gamin Gamine, Hellosimone, Hellojacques, La Bonne Brosse, La Remise Objets, Les Fourmis Rouges, Lucas du Tertre, Main Sauvage, Méduse, Minois Paris, Moulin Roty, Mues Design, Pomponcucu, Ratatam Kids, Smala e Tajinebanane.

Il kidswear continua a cercare nuove strade

Il quadro economico della moda junior non è dei più semplici. Nel 2025 il comparto childrenswear italiano ha registrato un fatturato di circa 3,1 miliardi di euro, con una flessione del 2,2% rispetto all’anno precedente, confermando una fase di difficoltà già emersa nel corso del 2024. Eppure, camminando tra gli stand di Pitti Bimbo, la sensazione è stata quella di un settore che continua a cercare nuove strade per raccontarsi. C’è chi punta sull’immaginazione e sulle stampe disegnate a mano, chi investe su materiali e produzioni più responsabili, chi costruisce prodotti destinati a durare e chi prova a creare attorno al brand un vero e proprio universo. Sempre più spesso il kidswear sembra voler andare oltre il semplice abbigliamento per bambini, cercando di intercettare anche il gusto, le scelte e la sensibilità dei genitori. Quindi, nonostante un mercato complesso, la creatività continua a essere uno spazio in cui sperimentare.

Per chi, come me, è andata a Pitti anche con l’occhio della mamma oltre a quello della giornalista, il risultato è stato piuttosto prevedibile: tornare a casa con una lista di brand da tenere d’occhio e qualche nuova idea per il prossimo guardaroba di Allegra.

Casa Ruffino: un angolo di Toscana tra vino, design e buon cibo sulle colline del Chianti

La domanda è: cosa hanno in comune una cena al ristorante Tre Rane, fare un brunch immersi nella natura e un party a bordo piscina con vista sui vigneti? La risposta è semplice: succedono tutti a Casa Ruffino.

A pochi chilometri da Firenze, sulle colline del Chianti fiorentino, Casa Ruffino è un indirizzo dove lo stesso luogo può essere vissuto in modi completamente diversi. Da una parte ci sono la villa rinascimentale, circondata da vigneti, oliveti, giardini all’italiana e un parco di alberi secolari, e la tradizione Ruffino, qui rappresentata anche dalla produzione di alcune delle sue etichette più importanti, come Modus Primo e Alauda. Dall’altra, un progetto contemporaneo che interviene sugli spazi senza cancellarne la memoria. Il risultato è una tenuta che cambia volto a seconda del momento della giornata e della stagione: un paesaggio da cartolina toscana, sì, ma con qualche dettaglio inatteso che ne interrompe la perfezione classica.

Il restyling 

Il recente restyling, curato dallo studio B-Arch, parte dalla storia della villa ma la interpreta senza appesantirla da un’atmosfera troppo nostalgica, anzi, e stato proprio questo mix tra passato e presente a colpirmi: l’ispirazione toscana convive con dettagli dal sapore anni Sessanta e con elementi recuperati da altri contesti. Uno su tutti, all’interno del ristorante, il pavimento in parquet ridipinto. Invece di sostituire il legno esistente, si è scelto di conservarlo e di dargli una nuova personalità attraverso il colore. La tonalità riprende quella del mosto d’uva, creando un collegamento quasi naturale con ciò che accade fuori dalle finestre: le vigne, la cantina, la produzione del vino. È un intervento che racconta bene l’approccio del progetto: più che cancellare e ricominciare da zero, lavorare su ciò che già c’è. Altro dettaglio che avrei voluto avere a casa mia: uno specchio recuperato da una discoteca parigina, insieme ad altre chicche rétro. È in questi accostamenti che secondo me si trova la parte più interessante dell’intervento di rinnovo: la Toscana non viene rappresentata attraverso i soliti cliché, ma reinterpretata attraverso oggetti e suggestioni che arrivano dall’incontro tra mondi lontani.

A cena alle “Tre Rane”

Il cuore gastronomico di Casa Ruffino è il ristorante Tre Rane, un indirizzo dove i prodotti toscani vengono utilizzati per una proposta che guarda alla tradizione ma non rinuncia a un’impronta contemporanea. Il menù segue la stagionalità e alterna ingredienti di terra e di mare, accompagnati dai vini Ruffino. Anche la carta dei vini è interamente dedicata all’azienda e, per chi vuole andare oltre la bottiglia scelta a tavola, c’è la possibilità di scendere in cantina e cercare tra annate storiche e formati speciali. Durante la bella stagione, il ristorante si sposta idealmente all’esterno, nel loggiato affacciato sul giardino e sui vigneti. 

La Limonaia

Proseguendo il percorso nella tenuta si arriva alla Limonaia, recentemente restaurata, un ambiente che conserva il fascino della sua storia ma guarda al futuro, poiché ospita cooking class dedicate alla tradizione toscana, ma è anche una location per cene private ed eventi esclusivi, occasioni speciali da vivere in un’atmosfera raccolta e intima, perfetta anche per momenti romantici e celebrazioni importanti: tra le vetrate, il giardino e la vista sui vigneti.

Un pool party in versione rural chic

Durante l’estate la tenuta diventa anche la scenografia perfetta per un rural chic pool party: piscina a sfioro, lettini a righe, musica e un menù pensato per passare una serata dall’atmosfera rilassata. Il menù parte dai grandi classici estivi, con bocconcini di prosciutto e melone, per poi passare a mini focacce con salmone affumicato, guacamole e pepe rosa e tacos con polpo grigliato, paprika dolce, lattuga e salsa allo yogurt. Ci sono le tortine salate con vitello tonnato, i supplì di pomodoro e mozzarella, calamari e gamberi fritti e un fresco gazpacho di cetrioli con rucola, verdure croccanti e germogli di soia. E quando arriva il momento della griglia, il menu cambia ritmo con hamburger nel panino, arrosticini e immancabili patatine fritte. Il finale è dolcissimo: granite al limone o alla fragola con panna, anguria fresca e mini coni gelato ricoperti di cioccolato.

Lazy Sunday: il brunch lento di settembre

La stagione a Casa Ruffino prosegue a settembre con il “Lazy Sunday”, il brunch pensato per celebrare il piacere delle domeniche senza fretta. Un appuntamento dedicato allo slow food e alla natura, dove ritrovare il gusto della convivialità tra vigneti, prodotti del territorio e quella particolare sensazione che solo la campagna toscana sa regalare: il lusso di non avere fretta.

Maggiori informazioni: via Poggio al Mandorlo, 1, Bagno a Ripoli, Firenze. Tel. (055 64 99 750) – sito web: https://www.ruffino.it/

LA SPA Teatro: un piccolo lusso privato da provare a Firenze

In un periodo in cui anche il relax sembra diventato un’attività da fare in coda insieme ad altre venti (sempre troppe) persone, trovare un luogo che rimette al centro il tempo e lo spazio personale è quasi un piccolo lusso contemporaneo. Dico bene?

A pochi passi da Porta al Prato, a Firenze, ho scoperto LA SPA Teatro, uno spazio che prende il concetto di benessere e lo trasforma in qualcosa di più intimo e raccolto: una SPA privata, accessibile esclusivamente su prenotazione, pensata per essere vissuta senza affollamenti, rumori di sottofondo o attese davanti alla sauna.

L’idea è semplice ma decisamente efficace: prenoti il tuo momento e quello spazio diventa davvero tuo. Perfetto per una pausa di coppia, ma anche per un piccolo gruppo di amici o amiche (fino a quattro persone) che vuole concedersi qualche ora di relax senza condividere l’esperienza con sconosciuti in accappatoio.

Anche il nome racconta qualcosa della storia del luogo. “Teatro” è infatti un omaggio all’edificio che occupava in passato questi spazi e il richiamo continua all’interno attraverso le quinte che separano gli ambienti, trasformando il percorso benessere in una sorta di rappresentazione in tre atti. Il primo è Dietro le quinte, dove vapori, aromi, calore e silenzi accompagnano il corpo verso il relax più totale, rigorosamente in privacy. Poi c’è Prenditi cura di te, dedicato ai trattamenti viso e corpo e ai massaggi personalizzati. Infine arriva Movimento di scena, lo spazio pensato per il movimento consapevole, la postura e il riequilibrio energetico del corpo. In questo contesto, una sala corpo sempre a disposizione, è anche possibile attivare dei percorsi o abbonamenti da 15 giorni a 12 mesi. Dispongono di un’attrezzatura wellness professionale e i prezzi non sono per niente esosi!

Il percorso privato comprende il bagno dei vapori; la sauna degli aromi; una postazione di ghiaccio rivitalizzante e docce sensoriali con giochi di luce, aromi e variazioni termiche. Una piccola seppur doverosa precisazione per chi associa automaticamente la parola SPA a una piscina con idromassaggio: qui non c’è. E, sorprendentemente, non se ne sente la mancanza. LA SPA Teatro punta tutto su vapori, calore, aromi e trattamenti, costruendo un’esperienza su misura, dove il protagonista non è il numero di vasche ma il tempo che finalmente si dilata un po’.

Tra i trattamenti che ho provato, prima di entrare in hamman, c’era l’utilizzo del sapone nero Beldi, un rituale tipico della tradizionale marocchina che prevede l’applicazione di questo sapone a base di olio d’oliva sulla pelle per detergere e purificare, anche grazie all’azione esfoliante del guanto. All’uscita avevo la pelle liscissima!

Per chi desidera aggiungere un ulteriore livello di relax, la proposta di massaggi è decisamente ampia: dal massaggio d’Autore della casa ai rituali ispirati all’ Ayurveda, passando per Stone Therapy, massaggio thailandese, Shiatsu e trattamenti specifici per schiena, gambe e piedi.

La cosa che mi ha colpito di più è proprio la possibilità di personalizzare l’esperienza. Un aperitivo dopo il percorso? Si può fare. Una torta per festeggiare un compleanno in modo diverso dal solito? Anche quello è previsto. Basta accordarsi con la referente che organizzare nel dettaglio l’esperienza. La consiglierei se si è in cerca di qualcosa di particolare (occasioni speciali, addii al nubilato per gruppi ristretti).

LA SPA Teatro è aperta dal martedì alla domenica esclusivamente su prenotazione, proprio per mantenere quella promessa che oggi vale quasi quanto il benessere stesso: vivere la SPA senza la sensazione di essere in una stazione nelle ore di punta.

SPA Helvetia & Bristol, un bagno romano contemporaneo nel cuore di Firenze

Se pensate che la spa sia un privilegio da concedersi solo d’inverno, quando fuori fa freddo, qui a Firenze c’è un posto che vi smentisce con eleganza.

A due passi da piazza della Repubblica, nel cuore più vivo della città, all’interno dell’hotel omonimo si trova LA SPA Helvetia & Bristol: un rifugio urbano perfetto per una pausa di relax, un’occasione speciale o anche semplicemente per quella coccola personale che si rimanda sempre da troppo tempo.

Inaugurata nel 2022, la sua sorge dove un tempo si trovavano le antiche Terme Capitoline della Florentia romana. Un piccolo santuario del benessere che rilegge un rituale antico, dove si riesce davvero a evadere pur restando in centro città.

Il percorso benessere dura circa due ore e si sviluppa come una sequenza fluida di ambienti diversi, pensati per accompagnare gli avventori senza fretta. Atmosfera tipica di un luogo sospeso: travertino chiaro, luci morbide, geometrie essenziali e un senso di calma ovattata che invita a rallentare.

Si comincia dall’ hammam (il mio preferito!) forse lo spazio più suggestivo, dove il calore e il vapore impostano subito il ritmo dell’esperienza di relax.

Il percorso continua tra docce emozionali e sauna finlandese, alternando caldo, freddo e stimoli sensoriali. Per chi ama le temperature più estreme, si arriva al frigidarium, la stanza del ghiaccio, prima di lasciarsi riavvolgere dal tepore del tepidarium, la stanza del sale.

Poi si entra in uno degli spazi più scenografici, nell’area piscine, animati dai paesaggi digitali e le animazioni a firma dell’artista Felice Limosani. Due vasche ricavate negli ambienti dell’ex caveau del Banco di Roma, con profondità e giochi d’acqua differenti.  A completare il percorso ci sono la palestra e le cabine trattamenti, tra cui una suite benessere con bagno turco privato, pensata per rituali di coppia. Volendo si può aggiungere l’aquamotus, un sistema di doccia orizzontale che reinterpreta in chiave contemporanea le antiche pratiche termali: oltre 1.200 getti d’acqua, variazioni di temperatura e diversi protocolli di massaggio ispirati a tecniche ayurvediche e connettivali. Questa tipologia di trattamento si può fare in autonomia, oppure abbinato a scrub.

Ad arricchire il percorso, si può sempre decidere di aggiungere uno dei signature treatments che la struttura ha in esclusiva. LA SPA infatti offre quelli con i prodotti Cinq Mondes, ispirati a Indonesia, Cina, Giappone, India e Marocco e Miamo, brand italiano fondato da due farmaciste, basato sul “Miamo System” per risultati specifici e duraturi. Io nello specifico ho effettuato un massaggio viso con il brand Miamo. Risultato? Non volevo più uscire!

LA SPA è accessibile anche agli esterni e può essere riservata per eventi privati, compleanni o addii al nubilato, con formule dedicate e day spa. Una delle offerte più interessanti che hanno è la “SPA and taste experience” che include il percorso dei bagni romani e un light lunch del ristorante Cibrèo al costo di 65 euro (disponibile lunedì e mercoledì).

Per tutte le informazioni, vi lascio il sito LA SPA Helvetia&Bristol.

Enoteca Violetta sale sul tetto: The Hoxton apre il primo rooftop wine bar di Firenze

Firenze vista dall’alto ha sempre il suo fascino. Dalle terrazze degli hotel di lusso ai rooftop più nascosti, passando per i locali con vista sulla Cupola del Brunelleschi, il capoluogo toscano offre tantissimi punti panoramici, ognuno con una personalità diversa. C’è chi punta sui cocktail d’autore, chi sulla cucina gourmet e chi, semplicemente, sul panorama.

Tra le novità dell’estate 2026 c’è quella di The Hoxton, Florence, che dal 29 giugno inaugura il suo rooftop con un progetto dedicato interamente al vino. Nasce così Enoteca Violetta Rooftop Club, presentato come il primo rooftop wine bar di Firenze.

La terrazza panoramica dell’hotel, finora inedita, apre per la prima volta al pubblico trasformandosi in un pop-up estivo accessibile non solo agli ospiti della struttura, ma anche agli esterni, ai fiorentini e ai visitatori in cerca di un nuovo indirizzo per l’aperitivo.

La terrazza di circa 130 metri quadrati regala una prospettiva diversa sulla città. Qui l’Enoteca Violetta, già presente al piano terra dell’hotel, trasferisce la sua filosofia anche “in quota”, con una proposta che ruota attorno alla cultura del vino. La carta propone una selezione di etichette italiane e internazionali, con particolare attenzione ai vini naturali e artigianali, ai produttori indipendenti e ai grandi classici toscani. Si potranno ordinare calici o bottiglie scegliendo tra bollicine, bianchi, orange wine, rosati e rossi provenienti da diverse regioni italiane e anche dall’estero.

Ad accompagnare il vino ci sarà un menù informale pensato per la condivisione. Tra le proposte troviamo le tradizionali Gilde di mare e di terra, feta marinata con olive verdi e peperoncino, chips di patate viola, guacamole, giardiniera di verdure e una selezione di piatti fuori carta che varieranno di settimana in settimana.

Il rooftop non sarà soltanto un wine bar. Durante tutta l’estate ospiterà infatti appuntamenti dedicati alla cultura del vino con il Wine Club, oltre a DJ set e collaborazioni speciali che animeranno le serate.

Informazioni: Enoteca Violetta Rooftop Club sarà aperta dal lunedì al venerdì, dalle 19 alle 22.

Brunèt: una cucina sincera a Borgo San Lorenzo

Basta allontanarsi di qualche curva dalla città, a circa 35 minuti di auto da Firenze per accorgersi che qui il tempo segue un ritmo diverso. Meno frenetico e più autentico.

Siamo a Borgo San Lorenzo ed è proprio in questo contesto che si trova Brunèt, uno spazio che sfugge alle più semplici definizioni. Non è esattamente un ristorante, non è soltanto una bottega alimentare e non è nemmeno uno di quei locali che cercano disperatamente di sembrare qualcosa che non sono.

Io l’ho scoperto grazie a un catering privato. Poi, incuriosita, sono tornata per provare il brunch. Brunèt ha qualcosa che oggi si incontra raramente: un’identità precisa, senza bisogno di raccontarla a tutti i costi.

Per capire meglio da dove nasce questo progetto ho fatto qualche domanda a Leonardo, il proprietario.

Brunèt nasce dopo diciassette anni trascorsi da Leonardo nelle cucine di un ristorante della zona. «A un certo punto avevo bisogno di uscire dalle dinamiche della ristorazione classica e rendere il lavoro che amo meno pesante», mi racconta.

Dopo alcuni mesi come libero professionista e una collaborazione nella gestione della mensa di un’importante azienda di moda a Scarperia, arriva l’opportunità di rilevare lo spazio che oggi ospita Brunèt. L’idea prende forma quasi naturalmente: creare un luogo dinamico, che non fosse vincolato ai canoni tradizionali della ristorazione.

Per questo Brunèt oggi vive di appuntamenti diversi. Eventi speciali calendarizzati ogni mese, aperture dedicate, prenotazioni per occasioni private. Un modello flessibile che Leonardo considera ancora in evoluzione. «Siamo solo all’inizio. Nei prossimi mesi aumenteremo gli slot di apertura e tra settembre e ottobre arriveranno le prime novità». 

Una questione di famiglia

Il nome stesso racconta molto del progetto. Brunèt è infatti il soprannome della figlia di Leonardo e Susanna, la piccola Bruna. Dietro questa scelta non c’è soltanto un omaggio affettuoso, ma una motivazione molto concreta. «La voglia di vivere la crescita di nostra figlia insieme a lei e a mia moglie è stata una delle ragioni principali che mi hanno spinto a chiudere una lunga fase della mia vita professionale». In un settore che spesso richiede ritmi totalizzanti, Brunèt nasce anche come ricerca di un equilibrio diverso. E questa dimensione familiare si percepisce senza bisogno che venga dichiarata. Infatti quando sono arrivata per provare il brunch, a tavola c’erano molte famiglie con bambini piccoli, un’atmosfera quasi danese.

Perché restare in Mugello

Viviamo in un’epoca in cui qualsiasi attività che abbia una minima ambizione sembra dover gravitare intorno a Firenze. Brunèt ha scelto la direzione opposta. Leonardo è nato a Firenze ma vive da sempre in Mugello e non ha mai considerato il territorio come un limite.

«Qui c’è la mia vita. E credo che scegliere di restare non significhi rinunciare alle opportunità, ma costruirle partendo da ciò che rende questo territorio unico»

Quelle tovaglie che raccontano una storia

Una delle prime cose che ho notato entrando nel locale sono state le tovaglie, con un sapore vintage, domestico, quasi familiare. Sembrano appartenere a una casa prima ancora che a un locale. Non è un’impressione casuale. «L’idea è di Susanna. Sono le tovaglie della mia nonna e rappresentano un legame con la tradizione a cui tengo molto.» Anche l’estetica del progetto nasce infatti da un lavoro condiviso. Quando hanno aperto Brunèt, Leonardo e Susanna volevano curare ogni aspetto del locale: dalla cucina all’allestimento, fino all’identità visiva. Per questo si sono affidati all’esperienza creativa di Susanna e della sua agenzia, Bloo Studio. Il risultato evita sia l’effetto “osteria costruita ieri per sembrare centenaria” sia quello, ormai inflazionato, del locale instagrammabile a tutti i costi. Sembra semplicemente vero.

Dal locale alle case delle persone

C’è poi un aspetto meno visibile ma centrale nel progetto. Brunèt non vuole limitarsi alle sue mura. «L’obiettivo è anche uscire dal locale e andare incontro alle persone». Da qui nasce l’attività di catering per privati e aziende, con formule che spaziano dal pranzo alla cena, fino ad aperitivi e coffee break più informali (a base di tramezzini o sandwich squisisti, posso confermare). A questo si aggiungono cooking class e servizi di chef a domicilio. La parte interessante è che non esiste una formula rigida: i menù vengono costruiti insieme ai clienti, alternando proposte tradizionali a interpretazioni più creative. Un approccio che riflette perfettamente la filosofia di Brunèt: meno schemi, più relazioni.

Un posto in cui tornare

Alla fine, ciò che mi è rimasto dopo il brunch non è stato un singolo piatto o una preparazione particolare. Anche perché abbiamo provato tutte le portate e ci è piaciuto tutto! È stata piuttosto una sensazione. Quella di aver trovato un luogo che non cerca di rincorrere le tendenze del momento, di scalare una classifiche, di inseguire una moda passeggera. La sensazione di trovarsi pur sempre in un locale – certo, ma in un posto  rilassato, autentico e profondamente legato al territorio in cui è nato. Che non sono un concept, ma semplicemente la normalità.

Informazioni: via Pananti, 53, Borgo San Lorenzo.