A.A.A Social Media Manager cercasi

Dling. È il suono della mia casella mail che mi avvisa che su Linkedin stanno cercando un social media manager. E ogni volta che vedo offerte di lavoro del genere “Cercasi social media manager”, immagino che lo stiano sostituendo perché è morto seppellito dalle notifiche; con il tunnel carpale infiammato a causa delle troppe stories su Instagram; o addirittura in preda a un attacco di confusione mentale per via della moltitudine di tone of voice imbastiti per clienti così diversi tra di loro, che nemmeno le 23 personalità in Split di Shyamalan.

La risorsa – prosegue l’annuncio – dovrà occuparsi della creazione, gestione e pianificazione dei piani editoriali (in gergo PED) e dei contenuti su tutti i social media dell’azienda. E fin qui tutto in regola. Dovrà conoscere bene l’italiano, l’inglese ma volendo anche il francese, lo spagnolo, il tedesco, e all’occorrenza avere capacità di utilizzo di Adobe Photoshop, Adobe Illustrator, Première, AutoCAD, fare il cubo di Rubik e se sa anche cucinare lo mandiamo pure a Masterchef.

Mi stupisco e rimango sempre più basita degli annunci che circolano in rete. Soprattutto quando leggo cerchiamo personale giovane e dinamico o neolaureato, che però abbia già almeno 3 anni di esperienza del settore. In che senso neolaureato ma con esperienza? Paradosso.

In un mondo in cui la comunicazione digitale è sempre più preponderante, è chiaro che le persone vogliano affidarsi a gente qualificata, con un minimo di esperienza nel settore e non agli ultimi arrivati o al cugino di secondo grado di turno, disposto a fare esperienza, magari anche gratuitamente. Ma sono anche consapevole che c’è gente che vorrebbe sì, una presenza in rete per aumentare la visibilità o sfruttare le potenzialità dei social, che però non è disposta a investire in termini economici. Un lavoro richiesto seppur sottovalutato da tutti. Ma allora come si fa?

Fare il social media manager non vuol dire solo fare due storie, come la maggior parte delle persone crede che sia. È avere una visione d’insieme, ma anche saper rispondere agli utenti che sempre di più stanno perdendo il senso dell’interazione, dietro gli schermi. Vedono una foto con il prodotto e chiedono. Prezzo? Vedono il post su un evento. Orario? Nessun preambolo introduttivo, nessun ciao, buongiorno, buonasera di riguardo. Tutti a scrivere freneticamente. Tutti affamati di risposte, tutti schiavi del subito. Tanto siamo dei bot abituati a rispondere a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Il social media manager non ha una creatività a comando. “La richiesta continua e spasmodica di nuove idee e di creatività istantanea, arriva a esaurire il social media manager, e può anche renderlo non performante e demotivato sul lungo periodo”. Come spiega bene l’articolo di Mashable, che potete recuperare qui.

Il social media manager non fa customer service. Può supportare attraverso i social qualche richiesta ma non può evadere tutto attraverso social o telefono.

Il social media manager non è un grafico. Quindi dovrà potersi confrontare con un reparto di grafica qualora servisse materiale visivo.

E infine, incredibile ma il social media manager non è uno psicologo. Non vi danno il bonus babysitter? E noi cosa possiamo farci? Non ci si può confidare su temi off topic e che non riguardano le strategie di lavoro.

Ai colleghi e alle colleghe, chiedo: vi capita di ricevere più notifiche ora di quando andavate in gita e vostra madre aveva gli sms illimitati? Ecco, la sensazione è un po’ quella. Vivere in un limbo di immotivata iper-reperibilità. Le richieste su Whatsapp (qui si apre una voragine che è meglio non aprire) i lavori last minute e d’urgenza (ma se volevo lavorare d’urgenza andavo al pronto soccorso, no?); l’ennesima diretta Facebook di venerdì sera; puoi sostituire l’# che non mi sembra tanto in linea con il profilo; e dico una stronzata, la faresti un po’ più blu?

Ci sono però anche i risvolti positivi di un lavoro sempre diverso e dinamico. Quando qualcuno fa i complimenti diretti su un social che gestisco, sorrido tra me e me. È un traguardo del quale gioire nel mio piccolo, ma che porta a una gratificazione più estesa.

Detto questo, come in tutti i lavori, esistono eccezioni e sfumature e non un’unica verità. Io credo alle figure di social media manager seri, invisibili, che non hanno bisogno di stare al centro dell’attenzione, di apparire, di rimarcare che ci sono loro dietro grandi profili aziendali, anzi.

Se alla domanda “credi nell’esistenza dei social media manager?” rispondete: “certo, è per questo che lo faccio fare a mio cugino dato che è bravo con Facebook” – sappiate che un social media manager morirà, proprio come la fatina che interpreta Julia Roberts in Hook – Capitan Uncino.

Non fate morire i social media manager. Parliamone, ma insieme!

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