L’arte femminista di Clemen Parrocchietti

“Sono convinta che non sia possibile una completa rivoluzione sociale se prima le donne non abbiano raggiunto una vera coscienza del proprio ruolo” – Clemen Parrocchietti

Una bella news: avete tempo fino all’8 febbraio per visitare Ironia Ribelle, la mostra che Palazzo Medici Riccardi dedica a Clemen Parrocchetti, autrice del Novecento, ancora poco conosciuta, ma sorprendentemente attuale, vicina al movimento femminista italiano.

Vi consiglio di vederla con una visita guidata per non perderne la bellezza e l’efficacia del messaggio che vuole trasmettere. A cura di Marco Scotini e Stefania Rispoli, con la direzione artistica di Sergio Risaliti, il percorso riunisce oltre cento opere tra dipinti, disegni, sculture, arazzi, documenti e materiali d’archivio e restituisce la figura di un’artista anticonformista, che ha saputo unire ricerca estetica e militanza politica.

«Clemen Parrocchetti si insedia nelle stanze del palazzo per rovesciare, con profonda e festosa ironia, gli stereotipi dell’universo femminile – spiega Valentina Zucchi, responsabile scientifico del Museo di Palazzo Medici Riccardi – negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, mentre le sue coetanee protestavano in piazza, Parrocchetti esprimeva – grazie alla feconda abilità e alla cura amorosa di chi sa tessere e cucire – la creatività insita nel quotidiano, trasformando materiali tessili e oggetti da merceria in opere d’arte potenti e provocanti, che continueranno a rinnovarsi e a imporsi anche nei decenni seguenti. Parrocchetti ci invita a superare le barriere dei pregiudizi sulla donna – musa, sposa, madre, custode, angelo – e delle questioni di genere che tuttora, pur in un mutato contesto, trovano i loro significati; e lo fa nel segno dell’arte».

Autrice di un linguaggio originale, provocatorio e autentico, eppur appartenendo a una borghesia, in quegli anni di battaglie Clemen Parrocchetti scriveva “Non voglio più essere sfogliata, non voglio più che mi si strappino le ali. Le rivoglio tutte, vibranti di luci e suoni per volare”: la mostra ripercorre l’intero arco creativo dell’artista milanese, che al fianco di altre donne della sua generazione ha agito ai margini del sistema culturale ufficiale, dominato da logiche maschili e da modelli prestabiliti, sostenendo l’urgenza di un ripensamento profondo del ruolo femminile tanto nell’arte quanto nella società.

Il percorso parte da Amore e divorazione (1969), con tele che sembrano urlare, con corpi smontati, bocche in primo piano, palette acide. L’artista rompe con la pittura più cupa degli esordi e lascia che la carica del Sessantotto esploda in figure scomposte, in un dissenso carnevalesco. Si passa poi ai Trofei solari, più astratti, più luminosi, ma ancora sospesi tra gioco e ferita. È qui che, nel 1973, arriva Promemoria per un oggetto di cultura femminile: il cucito che diventa dichiarazione politica, il lavoro domestico che si emancipa dal proprio destino di invisibilità e si fa strumento di autocoscienza.

La sezione centrale pone il focus su una Parrocchetti delle mostre milanesi e pavesi degli anni Settanta, quella che maneggia aghi, siringhe, rocchetti, bambole e utensili da cucina come fossero dispositivi di contro-narrazione. La sua adesione al movimento di liberazione della donna e la contestazione si traduce in opere dove l’utilizzo di strumenti come aghi, fili, rocchetti evidenziano la condizione sottomessa della donna. A fine anni Settanta lo spazio si allarga: juta, triangoli penetrabili, installazioni come Barriere che suggeriscono passaggi e superamenti. Il corpo femminile diventa un atlante aperto, da leggere in modi nuovi.

Eco-femminismo tra diari cuciti e metafore sugli insetti.

Negli anni Ottanta e Novanta le opere si fanno più diaristiche: organza, paillettes, tulle, brandelli di memorie cucite. Sono lavori leggeri solo in apparenza; dietro la frivolezza dei materiali c’è un continuo lavoro di messa a nudo. Appare anche Io Micol, un autoritratto in cui artista e cane convivono in un sistema non gerarchico, come se il mondo potesse davvero essere ripensato da zero. Una parte che mi è molto piaciuta è racchiusa nella stanza con le vetrate. Qui le protagoniste sono pulci, blatte, pidocchi, meduse, tarme. Non come minacce, ma come metafore. Parrocchetti mette in scena un eco-femminismo intuitivo, in anticipo sui tempi: il dominio patriarcale sul corpo femminile riecheggia lo sfruttamento della natura, e viceversa. Gli insetti diventano specchi minuscoli, rivelatori di paure e potenzialità.

Palazzo Medici Riccardi offre tutti i sabati e le domeniche visite guidate che permettono di attraversare l’intera parabola dell’artista, che io consiglio vivamente di fare, anche perché uscendo dalle sale si ha una sensazione meno didattica e più vicina alle idee che l’artista voleva esprimere. Non una soluzione, non una ricetta: una possibilità. La possibilità che l’arte serva ancora a ripensare ciò che sembrava dato per scontato.

Informazioni: prenotazioni allo 055-276 0552 o info@palazzomediciriccardi.it.

Un viaggio nella Belle Époque con Toulouse-Lautrec

Avete tempo fino al 22 febbraio 2026 per visitare la mostra che Arthemisia, ancora una volta al fianco del Museo degli Innocenti, dedica al pittore e illustratore Toulouse-Lautrec. 

Siamo nella Parigi di fine Ottocento. È l’epoca della spensieratezza e del progresso, dell’arte che invade i boulevard, dei caffè frequentati da pittori, scrittori e ballerine, delle prime luci elettriche e della nascita della società di massa. In questo fermento culturale nasce e si afferma Henri de Toulouse-Lautrec (1864–1901), figura unica nel panorama artistico europeo. Lautrec ha saputo catturare con sguardo ironico e profondo la vita notturna e lo spirito bohémien della Parigi di Montmartre. 

Frequentatore assiduo di locali come il Moulin Rouge, Lautrec seppe trasformare il mondo della notte – fatto di spettacoli, teatri, café-concert e figure marginali come prostitute, ballerine e chansonnier – in arte. I suoi manifesti pubblicitari, realizzati con una tecnica litografica innovativa, non solo hanno rivoluzionato il concetto di grafica promozionale, ma sono divenuti vere e proprie icone visive della Belle Époque.

Tra le opere più celebri esposte – in prestito dalla Collezione Wolfgang Krohn di Amburgo– si possono scorgere litografie a colori come Jane Avril, 1893; manifesti pubblicitari come Troupe de Mademoiselle Églantine del 1896 e Aristide Bruant nel suo cabaret del 1893; disegni a matita e a penna, grafiche promozionali e illustrazioni per giornali, come in La Revue blanche del 1895) diventati emblema di un’epoca indissolubilmente legata alle immagini dell’aristocratico visconte Henri de Toulouse-Lautrec, alcune di queste provenienti dal Museo Toulouse-Lautrec di Albi.

La mostra presenta anche lavori di altri grandi protagonisti della Belle Époque e dell’Art Nouveau, dove spiccano le seducenti figure femminili di Alphonse Mucha, i manifesti vivaci e coloratissimi di Jules Chéret – considerato il pioniere della pubblicità moderna – e le suggestive atmosfere di Georges de Feure. Completano il percorso le raffinate opere di Frédéric-Auguste CazalsPaul Berthon e altri straordinari artisti che hanno saputo trasformare la grafica in arte. Un’occasione unica per immergersi nello spirito vibrante di un’epoca che ha fatto dello stile e della creatività la sua firma più riconoscibile.

A completare l’allestimento, un ricco apparato di fotografie, video e arredi d’epoca, che trasportano il visitatore in un viaggio multisensoriale nella Parigi tra il 1880 e il 1900. Un’epoca in cui arte, tecnologia, libertà espressiva e nuove forme di intrattenimento gettarono le basi del mondo moderno.

La mostra non è solo un omaggio a Toulouse-Lautrec, ma anche una finestra sulla Belle Époque, un’epoca di contrasti, di sogni e di rivoluzioni culturali. Mentre l’Europa viveva un periodo di relativa pace e progresso, Parigi diventava la capitale del piacere e dell’avanguardia, dove architettura, pittura, arredamento, scultura e musica erano invasi da rimandi alla natura, al mondo vegetale e a un’immagine nuova della figura femminile.

Info e biglietti: biglietto intero 16 euro che include la visita alla collezione permanente del Museo degli Innocenti. Per tutti gli altri prezzi fare riferimento al sito: Museo degli Innocenti.

In Sant’Ambrogio nasce Altrocanto

Dalle ceneri del locale di C.bio nasce Altrocanto, un progetto che raccoglie il testimone del vecchio locale e ne porta avanti la visione più autentica. Un punto d’incontro per residenti, studenti universitari, professionisti e viaggiatori curiosi che ospiterà cooking class, mostre e momenti di socialità culturale, restituendo alla comunità un nuovo spazio aperto e inclusivo. 

Le premesse sono ottime: una cucina domestica, semplice e radicata nella memoria che diventa il punto di partenza per un format nuovo, pensato per accompagnare la città dal suo risveglio – con l’aroma del caffè e delle paste fresche – fino al al tramonto con l’aperitivo che trasforma il locale in un tapas bar urbano. Senza dimenticare cosa c’è nel mezzo, ovvero: a pranzo e a cena grandi classici della cucina familiare; durante la giornata pause veloci con pizze e focacce; nel pomeriggio uno spazio rilassato per studenti e professionisti.

Altrocanto prende forma dall’idea che la ristorazione non debba più essere confinata alla sera. È una nuova forma di socialità che intreccia lavoro, incontri, musica e cibo, superando la divisione canonica tra bar, ristorante e gastronomia. Le ricette storiche toscane – dalla parmigiana di melanzane alla lasagna della domenica, dal paté di fegatini alle polpette di vitello e ricotta – restano fedeli alla loro identità, ma trovano spazio in un contesto vibrante che evolve con la luce del giorno e con il ritmo del quartiere.

Cuore pulsante del locale è la gastronomia. È il luogo in cui si fa la spesa quotidiana, dove nascono i piatti che entrano nel menù del ristorante e dove, al calare della sera, le preparazioni diventano tapas per un aperitivo costruito pezzo per pezzo. Un ecosistema coerente che permette di passare dal banco al tavolo senza soluzione di continuità, rendendo la qualità accessibile e immediata.

Altrocanto ambisce a diventare un punto d’incontro tra generazioni e stili di vita diversi. Lo spazio accoglierà degustazioni, workshop di cucina, presentazioni editoriali, mostre, performance live e momenti di socialità culturale, restituendo alla comunità un nuovo spazio aperto e inclusivo, spingendo anche e soprattutto sul soft clubbing, la tendenza che porta il clubbing in orari diurni o pomeridiani e in luoghi non convenzionali, con musica curata e volumi sostenibili.

Un progetto che è quindi un invito a riscoprire il comfort della tradizione dentro un’esperienza contemporanea; la prova che una lasagna può essere gustata ascoltando un DJ set, che la spesa quotidiana può diventare un gesto culturale, che la ristorazione può tornare a essere una piazza moderna, viva e accessibile. A chi varcherà la soglia, il compito di decidere quale delle sue molte anime sentirà più vicina!

L’inaugurazione è fissata per sabato 13 dicembre dalle 11 alle 22, con una giornata intera di incontri, degustazioni e momenti musicali. Il programma prevede un percorso gastronomico con la partecipazione di Federico Giuntini della Fattoria di Selvapiana e di Cristiano Savini di Savini Tartufi, accompagnato da un welcome drink. Poi spazio alla musica con il dj set di Moon, che intreccia elettronica, house, afrohouse, amapiano, brazilian funk e R&B. 
La giornata segnerà anche l’apertura della mostra di MR.G ULTRANATURA, tra colori, pattern ipnotici e atmosfere lisergiche che invitano il visitatore a perdersi e ritrovare un legame sensoriale con il mondo naturale.

Io sono curiossissima!

L’Annunciazione di Kaws a Palazzo Strozzi

Annunciaziò! Annunciaziò!” – Da Michelangelo a Botticelli, da Vasari al Ghirlandaio: quanti artisti si sono confrontati con il tema dell’ Annunciazione? Tantissimi, eppure il più (concedetemi il termine abusato iconico) resta il Beato Angelico.

Oggi, nel cortile di Palazzo Strozzi, a raccogliere questa eredità è KAWS, artista americano che presenta l’opera site-specific The Message.

Arrivato da Brooklyn, KAWS è noto per i suoi personaggi malinconici e teneri, iperpop e vulnerabili. Per Palazzo Strozzi in un cortocircuito tra epoche e linguaggi costruisce un intervento monumentale che dialoga con la mostra dedicata a Beato Angelico (visitabile fino al 25 gennaio 2026), inserendosi nella lunga tradizione di chi ha reinterpretato la scena più celebre dell’immaginario cristiano.

Questa Annunciazione non è la solita, niente gigli o architetture rinascimentali: l’angelo potrebbe presentarsi tramite una notifica, e Maria scopre il suo destino su uno schermo retroilluminato. In The Message, il cellulare diventa un elemento centrale, un oggetto quotidiano che sfiora il sacrale, prolungamento della mano e del pensiero: confidente, oracolo, piccolo altare tascabile.

Companion e Bff, i due più riconoscibili personaggi di KAWS si ergono per oltre sei metri da terra. Due sculture di legno che interagiscono con i propri telefoni cellulare mentre la loro posizione riprende esplicitamente la tradizione iconografica dell’Annunciazione, dove Maria e l’Arcangelo Gabriele si fronteggiano in un dialogo sospeso tra umano e divino.

“The Message” – foto credits Palazzo Strozzi

Siamo di fronte a un’ Annunciazione 2.0, dove attesa e connessione si sovrappongono. Oggi la rivelazione arriva attraverso uno schermo, con una notifica, il destino si scrolla. Un messaggio che vibra silenzioso nella tasca del cappotto: vuoi leggerlo? Sì, no, ti ghosto. 

L’opera, promossa da Fondazione Palazzo Strozzi e Fondazione Hillary Merkus Recordati, rimarrà visitabile nel cortile fino a gennaio 2026, libera e accessibile. Questa apertura la colloca nel programma Palazzo Strozzi Future Art, che porta a Firenze artisti capaci di creare nuove connessioni fra passato e futuro. KAWS costruisce un ponte più emotivo che estetico, qualcosa che non chiede spiegazioni, ma disponibilità a sentirlo.

Infine una nota che, lo ammetto, suonerà da millennial attempata. Bene il cellulare come nuova icona, bene la notifica come rivelazione. Ma, vi prego, non iniziate con un “Ehy brò”. Non potrei sopportarlo.

Tornano le “passeggiate patrimoniali”

Per un giugno in cui si cammina, si osserva, si ascolta tornano le “Passeggiate patrimoniali“, l’iniziativa che fa riscoprire la Firenze che non ti aspetti, quella lontana dai soliti cliché rinascimentali e più vicina a scorci segreti, racconti urbani e suggestioni da cartolina alternativa.

Promosse dal Comune di Firenze – Ufficio Firenze Patrimonio Mondiale e Rapporti con UNESCO – insieme alla Fondazione MUS.E, le passeggiate si snodano per tutto il mese di giugno (fino al 29) sono gratuite, sia in italiano che inglese, e offrono quattro itinerari, centrati su aree nevralgiche della storia e della vita di Firenze: “Lungo le mura“, itinerario sud, tra le mura d’ Oltrarno. Ritrovo in Porta San Giorgio, via San Leonardo; Incantesimo di fuoco, non è un romanzo fantasy, ma un percorso nel cuore della ricostruzione post-bellica. Per chi ama le seconde possibilità (e i palazzi anni ’50). Ritrovo alla Fontanella di piazza Pitti; Verso San Miniato è il percorso verso uno dei punti panoramici più suggestivi della città. Vista all’arrivo garantita. Ritrovo presso la Torre San Niccolò, piazza Poggi e infine “Intorno a San Gallo“, a nord del centro, tra antiche relazioni e nuove scoperte. Per chi vuole cambiare rotta senza cambiare città. Il ritrovo è in via Guelfa 12, davanti alla Chiesa Avventista del Settimo Giorno.

La durata delle passeggiate è di circa due ore, il che vi permette di fare aperitivo dopo, con coscienza storica rinnovata. Cosa occorre? Munirsi di scarpe comode, bottiglietta d’acqua e spirito di curiosità. In caso di pioggia le passeggiate sono annullate.

Per partecipare occorre prenotare: info@musefirenze.it; tel. 055-0541450.

La nuova edizione di Firenze dei Bambini

Questo weekend la città si trasforma in una gigantesca arca della creatività, dove bambini (super entusiasti) e genitori (più o meno rassegnati) saranno traghettati da un evento all’altro in un turbine di attività kidsfriendly. Dal 23 al 25 maggio torna infatti Firenze dei bambini, il festival dedicato ai bambini e alle loro famiglie. Un parco giochi culturale diffuso, che coinvolge musei, piazze, biblioteche, teatri, cortili, osservatori astronomici e chi più ne ha più ne metta, tutto rigorosamente a misura di bambino.

Sottotitolo di questa dodicesima edizione è : “Costruiamo la pace. Il canto del mondo”con una chiara ispirazione francescana, ma con più merendine. Un invito alla riflessione e al rispetto per se stessi e per l’altro su come diventare veri costruttori di pace, attraverso tante attività.

Programma

Tra le proposte più attese, venerdì 23, c’è “Geronimo Stilton sulle tracce dell’hacker”, realizzata in collaborazione con la Polizia Postale: in cui oltre mille alunni delle scuole primarie fiorentine incontreranno dal vivo il celebre topo giornalista, sua sorella Tea e l’autrice Elisabetta Dami, il tutto impreziosito da una merenda offerta da Unicoop Firenze.

Una delle iniziative più suggestive sarà la “Sfera di giornali” ideata da Michelangelo Pistoletto insieme ai bambini dell’Ospedale Meyer: una vera e propria scultura itinerante che attraverserà la città per portare un messaggio di pace e creatività. La sfera farà tappa nei diversi luoghi dell’evento coinvolgendo famiglie e visitatori in un’esperienza collettiva e partecipativa.

Tra le attività più fantasiose, da segnalare i laboratori creativi alle Murate (con la tartaruga Uga e incontri dedicati all’educazione alimentare), la creazione di un grande mandala della pace in piazza Madonna della Neve e spettacoli teatrali, musicali e artistici a cura di numerose realtà locali. In Santa Maria Novella, si potrà contribuire alla realizzazione di un’opera collettiva ispirata al Cantico delle Creature, esplorare i Global Goals in un laboratorio del Museo dei Bambini di Milano e partecipare a viaggi interculturali guidati dai mediatori AMIR. All’Istituto degli Innocenti, il cortile si riempirà di ritmi e giochi con il Drum Circle e la Carovana dei Pacifici, mentre all’interno si susseguiranno attività artistiche ed educative in collaborazione con istituzioni e fondazioni come Ferragamo, Archivio di Stato, Unicef e Sant’Egidio. L’Istituto Geografico Militare aprirà le porte per far scoprire ai bambini il mondo della cartografia attraverso giochi e laboratori interattivi. A Palazzo Vecchio, la Sala d’Arme sarà trasformata in un cantiere creativo per costruire una Firenze infinita, mentre nel Salone dei Cinquecento andrà in scena lo spettacolo “Storie di pace” con Oreste Castagna, volto noto di Rai Yoyo, e Mago Tornado. Domenica, sarà la volta dei giovani musicisti con esibizioni dell’Accademia Musicale, della Florence International Violin Academy e del Piccolo Coro Melograno. Il gran finale è previsto in piazza della Signoria, dove le “bandiere della pace” realizzate dai bambini nel Cortile di Buontalenti arriveranno accompagnate da una marching band e dalla Sfera di Pistoletto, regalando un suggestivo messaggio collettivo di armonia.

Infine, torna l’attesissima “Notte al museo” in sacco a pelo, che quest’anno triplica le serate. I bambini dai 6 anni in su, accompagnati da un adulto, potranno vivere l’emozione di trascorrere una notte all’interno di Palazzo Vecchio, Palazzo Medici Riccardi o del Museo Bardini. Colazione del mattino offerta da Rivoire e Gelatarium.

E per i piccoli piccoli?

Tranquilli genitori di neonati insonni: ci sono anche nidi di pace per i bimbi da 0 a 6 anni. Spazi morbidi, Teatrino delle storie, laboratori educativi… dove i bambini possono esplorare il mondo e voi – magari – prendere un caffè seduti, se vi ricordate come si fa.

Le attività sono gratuite, ma molte richiedono prenotazione (le trovate su: www.firenzebambini.it) Dato che molte attività sono già sold out, potete comunque partecipare agli eventi ad accesso libero (a patto di avere l’agilità di una pantera per accaparrarvi un posto).

Perché partecipare a Firenze dei bambini? Perché i bambini capiscono più di quanto pensiamo e la pace si costruisce anche con una colla glitter, un tamburo e una storia ben raccontata. E perché vedere Firenze invasa da piccoli esseri umani felici, artisti appassionati e genitori che (forse) si divertono pure loro… è già un piccolo miracolo di armonia.

Il programma e le prenotazioni le trovate su: www.firenzebambini.it


Sex and solitude: la personale di Tracey Emin a Palazzo Strozzi

Avete presente quelle giornate in cui vi sentite pronti a conquistare il mondo e allo stesso tempo volete chiudervi in casa con una vaschetta di gelato e tutte le stagioni della vostra serie tv strappalacrime preferita? Bene. Se queste giornate fossero un’artista, sarebbero Tracey Emin.

Fino al 20 luglio, Palazzo Strozzi dedica un’ampia pagina a una delle più famose e influenti artiste del panorama contemporaneo: appunto Tracey Emin – che ha fatto dell’autobiografia emotiva e senza filtri la sua cifra stilistica. Curata da Arturo Galansino, la mostra è un invito a entrare, rigorosamente senza scarpe e con il cuore un po’ esposto, nel mondo di una delle artiste più spudoratamente sincere del nostro tempo.

Già dal titolo, che non lascia troppo spazio a fraintendimenti si capisce che qui non si viene per cercare armonia, ma per guardare in faccia la realtà dell’esistenza umana. Quella fatta di passioni carnali, abbandoni e vulnerabilità. 

Tracey Emin non si limita a raccontare storie: le vomita addosso con elegante disperazione. Che si tratti di dipinti come There was blood (titolo è assolutamente letterale) o di sculture come All I want is you (altrettanto letterale, ma più bronzea), ogni opera smuove emotivamente. Emin prende a schiaffi la nostra comfort zone e poi ci accarezza con un neon che recita Those who suffer LOVE — con un caps lock voluto, perché quando si soffre per amore non si sussurra: si grida.

Il percorso espositivo

Con oltre 60 opere tra pittura, sculture in bronzo, ricami, video, neon e installazioni il percorso parte dalla facciata di Palazzo Strozzi dove campeggia la scritta che dà il titolo alla mostra “Sex and solitude” a evidenziare le parole chiave della sua ricerca. Il corpo e la sessualità da un lato, la solitudine e la vulnerabilità dall’altro. Si passa poi a I Followed You To The End, che troneggia nel cortile come una regina malinconica, scultura in bronzo di una figura femminile che domina lo spazio, in una forte tensione tra monumentalità e intimità. Oltre alla pittura, fondamentale mezzo espressivo per Emin è l’uso del linguaggio, nei titoli e all’interno delle opere stesse. Le parole che Emin utilizza sono sempre dirette ed esplicite per coinvolgere visceralmente il pubblico, fondendo confessione e affermazione. Per esempio Love Poem for CF (Poesia d’amore per CF, 2007), basata su versi scritti negli anni Novanta per l’ex fidanzato Carl Freedman. Tra i suoi lavori troviamo anche Exorcism of the last painting I ever made, una performance iconica degli anni ’90 dove Emin visse e lavorò completamente nuda per quasi un mese, dipingendo sotto gli occhi del pubblico. In mostra troverete la ricostruzione del suo studio temporaneo. Una sorta di Grande Fratello artistico, ma senza nomination e con molta più introspezione. 

In fine dei conti è arte o è terapia?

La risposta forse è: entrambe. Emin non crea per decorare, ma per sopravvivere. E nel farlo, ci trascina con sé. Con i suoi lavori espliciti tra un neon rosa shocking, confessioni cucite su trapunte d patchwork, lacrime che scavano il bronzo, a ricordarci che, anche nei momenti di solitudine più cupa, il nostro corpo è ancora lì: desiderante, fragile, vivo.

Un percorso che è a tutti gli effetti un diario personale contaminato di riflessioni sulla maternità, la malattia e la guarigione, i desideri e i tormenti di una donna che sorpassa il confine tra arte e vita privata, esplorando con onestà e poesia i temi dell’amore, della paura di morire e della rinascita. Sex and Solitude è un pugno nello stomaco, sì, ma di quelli che fanno bene.

Infohttps://www.palazzostrozzi.org/

Photo credits – Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio © Tracey Emin.

Santa Barbara, il fine dining accessibile

Se aprire un’attività di ristorazione fosse un mestiere tranquillo – in effetti – lo farebbero tutti. Ma per Alessio Ninci e Lorenzo Chirimischi, cuochi e coraggiosi fondatori di Santabarbara – Desco e Cucina, la sfida era troppo irresistibile. Del resto, il nome del locale è un chiaro rimando alla Santa non solo protettrice di artificieri e chiunque maneggi materiali esplosivi, ma anche degli audaci che decidono di aprire un’attività in una città che vanta più ristoranti che lampioni.

Posizionato in via Pier Capponi 72/A, a un tiro di schioppo da Piazza Libertà (dove c’era RIP! Icchèthai, per intendersi) Santabarbara si propone di scuotere la scena gastronomica fiorentina con una cucina dinamica, in un’atmosfera informale e un approccio sostenibile. 

1 bancone, 20 coperti e zero menù scritti

La formula è semplice: un piccolo desco da 20 posti, un grande bancone attorno al pass della cucina e nessun piatto fisso in menu. Sì, avete capito bene: qui non si ordina alla carta, ma ci si affida completamente agli chef. Un atto di fede culinaria che si traduce in quattro percorsi gastronomici, ognuno con un’icona evocativa:

Fulmine (25€): veloce e letale, 5 piattini personali o in condivisione.

♟️Torre (45€): struttura solida e rassicurante, con 3 piattini e 2 portate principali di stampo più tradizionale.

💥 Cannone (45€): per palati esplosivi, 3 piattini e 2 portate principali dai sapori audaci.

⚔️ Spada (60€): il percorso completo, 5 portate che incarnano l’anima del Santabarbara.

Il tutto in continuo cambiamento in base alla disponibilità del mercato e ai prodotti dei piccoli fornitori locali. Una scelta che strizza l’occhio alla sostenibilità e riduce gli sprechi, ma che aggiunge anche un pizzico di suspense al pasto: ogni volta con un’esperienza diversa. Io e marito, in uno dei rari momenti di evasione (grazie al babysitteraggio dei nonni) abbiamo optato per un menù torre e un cannone, per poi assaggiare reciprocamente uno nel piatto dell’altra. Scelta vincente! La cosa bella di questo ristorante è che, varcandone la soglia, sembra quasi di non essere a Firenze. Quel senso di straniamento – in positivo – che solo un posto nuovo riesce a darti. 

Come spiega Chirimischi, l’idea è quella di decontestualizzare il concetto di fine dining, rendendolo più accessibile, sostenibile e, soprattutto, vivibile per chi lavora in cucina. Le prenotazioni sono ottimizzate online, la gestione delle materie prime è razionalizzata, e il focus è su un’esperienza gastronomica istintiva e contemporanea.

Aprire oggi un nuovo ristorante a Firenze è come giocare con il fuoco in un campo di battaglia” –  dice Ninci. Ma la passione per il lavoro arde più forte di altre cose. E chi meglio di Santa Barbara per proteggerli dalle scintille?