La pizzeria Berberè apre in Manifattura Tabacchi

Non c’è due senza tre! Che fa anche rima con Berberè, in effetti. Dopo i due locali già avviati in centro città – uno in via de’ Benci e uno in San Frediano, i fratelli Aloe piazzano la terza bandierina nel quartiere di Novoli, all’interno del polo creativo Manifattura Tabacchi, alle spalle del parco delle Cascine.

Berberè, fra le migliori pizzerie in Italia e al 5° posto della classifica mondiale della guida 50 Top Pizza, prosegue così il suo progetto di espansione su Firenze, inserendosi in un contesto in evoluzione frequentato da una community vivace e da spazi eco-friendly, tra cultura, moda, arte e design.

La filosofia

Berberè nasce a Bologna nel 2010, da un’idea di Matteo e Salvatore Aloe, con l’intento di servire con gentilezza pizze buonissime in posti bellissimi. Le pizze Berberè non sono pizze gourmet ma artigianali e rigorosamente stagionali, con un’anima pop, conviviale e informale. Anche questa nuova apertura propone pizze con impasto da farine biologiche e macinate a pietra, fermentato con solo lievito madre vivo per 24 ore. Ho avuto modo di ri-assaggiarle durante la non poco affollata preview – e devo dire che si confermano gustosissime. Quelle che mi sono piaciute di più: la diavola, la classica margherita e quella con crudo, rucola, burrata e un filo d’olio alle arance.

Gli spazi

Il nuovo locale, con più di 100 coperti, si apre con una grande cucina a vista. Come le altre pizzerie, anche questa nasce da un progetto architettonico site specific (realizzato dallo studio di architettura Avamposti), che sfrutta al meglio gli ampi spazi preesistenti di Manifattura Tabacchi. Dallo stile moderno, spaziosa e luminosa, la struttura evoca l’architettura di una chiesa e un omaggio alla basilica di Santa Maria Novella. Entrando nella stanza a destra si nota subito il connubio con l’arte, con un grande David di Michelangelo in versione sorridente in un wall painting a tutta parete.

Info: aperto tutti i giorni a pranzo dalle 12 alle 15 e a cena dalle 19.00 alle 23.30. Pagina IG: https://www.instagram.com/berberepizzeria/.

*Tutte le foto nell’articolo sono credits © Alberto Blasetti e Bruno Gallizzi.

Il complesso di Orsanmichele riapre

Dopo oltre un anno di intensi lavori – anzi, dopo 400 giorni totali di chiusura per restauro, messa in sicurezza, riallestimento e migliorie degli accessi: – il Complesso di Orsanmichele, monumento unico e straordinario nel cuore di Firenze, riapre le sue porte al pubblico in una veste completamente rinnovata.

Nel nuovo allestimento, le 13 statue originali esposte nel Museo, opera dei più grandi scultori del Rinascimento fiorentino tra cui Lorenzo Ghiberti (San Giovanni BattistaSanto Stefano e San Matteo), Donatello (San Marco e San Pietro), Nanni di Banco (Sant’EligioSan FilippoQuattro Santi Coronati), Andrea del Verrocchio (Incredulità di San Tommaso), Baccio da Montelupo (San Giovanni Evangelista), Giambologna (San Luca), accanto a quelle trecentesche Piero di Giovanni Tedesco (Madonna della Rosa) e Niccolò di Pietro Lamberti (San Giacomo Maggiore) tornano a interagire con il pubblico, come quando si trovavano nelle nicchie esterne e incrociavano lo sguardo dei passanti per le strade circostanti Orsanmichele.

Chiesa e museo di Orsanmichele – photo credit © Nicola Neri

Il progetto degli studi Map Architetti (arch. Tommaso Barni, arch. Giovanni Santini, arch. Anna Pescarolo) e Natalini Architetti (arch. Fabrizio Natalini) valorizza i tesori unici in chiesa e dà nuova vita alla fruibilità delle statue del primo piano da parte del pubblico. E se in chiesa gli architetti hanno lavorato molto sulle grandi bussole di accesso che incorniciano i portali in legno e sull’impianto di illuminazione, nel museo sono state realizzate delle strutture che sollevano le sculture come se si trovassero su di un podio, incorniciandole con un fondale che ripropone la collocazione originaria nei tabernacoli esterni. Ognuna delle sculture si trova nella posizione corrispondente a quando si trovava in facciata, in modo da proporre al visitatore una sorta di passeggiata che rispecchi l’esterno del complesso.

Interni di Orsanmichele – photo credit © Nicola Neri

La storia del complesso di Orsanmichele

Nel IX secolo, in quest’area si trovava un oratorio dedicato a San Michele circondato da un giardino, da cui il nome San Michele in Orto o Orsanmichele. Dopo essere stato a lungo un convento benedettino, all’inizio del Duecento diviene la sede cittadina del mercato del grano. Nel 1284, Arnolfo di Cambio vi costruisce una grande loggia adibita al commercio, che si arricchisce d’importanza nel 1290, quando al suo interno viene affrescata un’immagine della Madonna.

La cosiddetta “Vergine del Grano” si rivela foriera di miracoli e presto si costituisce una confraternita che ne diffonde il culto. Da quel momento inizia la doppia vita di Orsanmichele: luogo di commercio e di preghiera. A causa di un incendio, all’inizio del 1300, la struttura viene restaurata e ripensata, ma sempre tenendo conto della doppia funzione.  È il 1337 quando si avvia il nuovo cantiere in cui prende forma la meravigliosa struttura che ancora oggi possiamo ammirare. Una delle caratteristiche che ha reso immortale la bellezza di Orsanmichele è la presenza delle 14 nicchie sulle sue facciate, ciascuna “abitata” dalla statua di uno o più santi.  Le nicchie, volute dalle Arti fiorentine si popolano negli anni di capolavori firmati da più importanti artisti del Quattrocento fiorentino; un ciclo di opere che, da solo, racconta un passaggio epocale nella storia dell’arte: dalla scultura tardo gotica a quella rinascimentale. All’interno della chiesa, un altro grande artista, Andrea di Cione detto l’Orcagna, dà vita ad un maestoso tabernacolo. Un’architettura imponente che, come uno scrigno prezioso, racchiude la Madonna delle Grazie dipinta da Bernardo Daddi. Orsanmichele, che nel XV secolo assumerà la sua definitiva struttura, resta nodale anche per la Signoria Medicea. Nel 1569 Cosimo I trasforma i piani superiori in un archivio. È in questa occasione che Bernardo Buontalenti progetta l’arco esterno munito di scala, per l’ingresso diretto all’archivio: struttura che dà al monumento la sua forma definitiva.


Nel corso dei secoli Orsanmichele vede scorrere sotto la sua facciata la storia della città: dalla Signoria al Granducato, fino alla Repubblica italiana, passando per gli anni duri del fascismo e della guerra: un momento, quest’ultimo, molto delicato. Si temono i bombardamenti e le statue vengono spostate dalle nicchie in un luogo sicuro, per poi tornare ai loro posti una volta terminato il conflitto. Nel frattempo, il salone al primo piano diventa la sede dove dare pubblica lettura della Divina Commedia, a cura della Società Dantesca Italiana. E negli anni ’60, in occasione del settimo centenario dalla nascita del Sommo Poeta, arriva il momento di nuovi e strutturali lavori che prevedono, tra le altre cose, la costruzione di una moderna scala di collegamento tra il primo e il secondo piano progettata dallo studio Archizoom. Il secondo piano, parte del percorso museale, offre una splendida vista su Firenze ed ospita da decenni le statuine che un tempo ornavano la sommità delle colonne delle trifore esterne. Negli anni 80, per i rischi derivanti dall’inquinamento, le grandi statue vengono tolte dalle nicchie, restaurate, sostituite da copie e trasferite al primo piano del palazzo nella grande sala espositiva che, allestita secondo il progetto di Paola Grifoni, diviene il museo delle sculture di Orsanmichele, aperto al pubblico per la prima volta nel 1996.  Nel 2005 la chiesa e il museo vengono affidati per decreto ministeriale alla gestione della Soprintendenza per il Polo Museale Fiorentino. Dal 2015, a seguito della riforma dei musei autonomi, il Complesso di Orsanmichele fa parte dei Musei del Bargello.

Esterni di Orsanmichele – photo credit © Nicola Neri

Info e orari: l’ apertura al pubblico sarà dal lunedì al sabato dalle 8.30 alle 18.30. La domenica dalle 8.30 alle 13.30 (con ultimo accesso in chiesa alle ore 12). Fino al 12 marzo compreso sarà aperto anche di martedì. Biglietto intero €8; ridotto €2.

L’illustratore Roberto Innocenti in mostra a Palazzo Medici Riccardi

Negli spazi di Palazzo Medici Riccardi, la fortunata mostra su Fortunato Depero passa il testimone a un illustratore fiorentino contemporaneo. Si tratta Roberto Innocenti, professionista dell’immagine e protagonista di “Roberto Innocenti. Illustrare il tempo”, curata da Paola Vassalli e Valentina Zucchi e organizzata da MUS.E, che sarà possibile visitare fino al 25 agosto.

Allestita nelle Sale Fabiani, il percorso offre ai visitatori l’occasione di approfondire il lavoro di Innocenti a cavallo fra XX e XXI secolo. Le tavole dell’illustratore – che col suo tratto inconfondibile ha interpretato capolavori immortali della letteratura come Le avventure di PinocchioCanto di Natale, lo Schiaccianoci, solo per citarne alcuni – tanto dense e accurate nei dettagli quanto innovative e ampie nell’impianto e nel taglio visivo, restituiscono al lettore un universo immaginifico ricco di suggestioni e di stimoli. L’attenzione ai personaggi, alle architetture, al paesaggio – esito di un’osservazione minuziosa ed espressa grazie a un tratto nitido – porta Roberto Innocenti a impaginare scenari di grande fascino, entro cui la storia si apre a ulteriori narrazioni e l’osservazione a infinite indagini. Il suo inconfondibile stile, intriso del nitore prospettico della tradizione fiorentina e nel contempo sedotto da una modernissima visione cinematografica, invita il lettore a esplorare un mondo che appare più reale del nostro.

Con una ricca selezione di lavori – oltre ottanta – si potranno ripercorrere le tappe salienti della sua opera, restituendo il filo rosso tanto del suo lavoro quanto delle storie da lui illustrate. I suoi libri più noti e più amati saranno ripercorsi grazie una rosa di disegni, che il pubblico avrà la possibilità di osservare e apprezzare, offrendosi altresì come strumenti per riflettere sui grandi temi attraversati tanto dalla fiaba quanto dalla storia.

Profondamente segnato dalla Seconda guerra mondiale nella sua infanzia, l’inclinazione al disegno di Innocenti trova le prime espressioni nei settori della grafica e dell’animazione, per poi conoscere un crescente successo nell’illustrazione, portandolo a diventare una delle figure di spicco del panorama internazionale: segnalo che nel 2008 viene insignito dell’Hans Christian Andersen Award, il premio Nobel della letteratura per ragazzi, secondo nella storia dopo Gianni Rodari (1970).

Che si tratti della reinterpretazione dei classici della letteratura o del racconto della storia del Novecento, Innocenti offre allo sguardo l’incanto cristallino della verità, che trova la sua prima conferma nello spazio sapientemente costruito, presentato secondo un approccio rigoroso, di sapore archeologico. Eppure la sua narrazione visiva, costellata di artifici percettivi, colte metafore, ironiche citazioni, gioca con la ragione sublimandola in poesia: interrogando gli effetti del tempo, indagando ciò che c’è dietro le superfici e oltre i limiti, Innocenti condivide con noi l’aporia di una rappresentazione che guarda alle profondità irrisolte del nostro vivere.

Info: tel. +39 055 276 0552/ info@palazzomediciriccardi.it; via Cavour, 3; orario di apertura (dal lunedì alla domenica dalle 9 alle 19. Chiuso mercoledì) – www.palazzomediciriccardi.it

Buon compleanno cinema Astra!

Appena un anno fa, il 26 gennaio 2023 apriva al pubblico il cinema Astra, che nel corso dell’anno ha registrato non pochi traguardi: nei primi 12 mesi 42mila spettatori, oltre 100 film con eventi e tanti ospiti.

365 giorni dopo, il cinema che ha aperto i battenti grazie alla Banca di Cambiano – che ne ha curato la ristrutturazione, rendendola un nuovo spazio a disposizione della cittadinanza, proprio accanto alla nuova filiale – festeggia il suo primo anno di vita con un brindisi e una proiezione speciale. Alle 23.59 è in programma il film Povere creature di Yorgos Lanthimos, storia fantastica sul vorticoso percorso di formazione e di apertura alla vita reale di una giovane donna figlia di un folle esperimento. Tratto dal romanzo di Alasdair Gray, il film è stato premiato con il Leone d’oro al Festival di Venezia e ha vinto 2 Golden Globes (e ora tra i candidati come miglior film agli Oscar 2024). Una pellicola che riporta al centro della trama la questione femminile, dove la libertà assoluta della protagonista si scontra senza moralismi con una società maschilista, infarcita di pregiudizi. Bella, interpretata da Emma Stone, è portatrice di un modo differente di vedere le cose, dal sesso, alla parità di genere, alla carità, fino a un’ideale di socialismo.

Emma Stone in una scena del film “Povere creature” di Yorgos Lanthimos

A trainare l’ampio numero di spettatori durante l’anno è stato Barbie, il film più visto con circa 6.200 spettatori. Il secondo film più visto è stato Perfect Days di Wim Wenders con circa 2.500 spettatori. Seguono a pari merito Un colpo di fortuna di Woody Allen, The old oak di Ken Loach, Il ragazzo e l’airone di Hayao Miyazaki e Gli spiriti dell’Isola di Martin McDonagh. Da segnalare anche il successo del documentario Io, noi e Gaber che ha registrato oltre mille spettatori al cinema e l’eccellente risultato (oltre 1600 persone) dell’animazione Manodopera di Alain Ughetto, tra le scoperte dell’Astra di questa stagione, premiato dal passaparola del pubblico.

Tra le particolarità del cinema, da segnalare, l’apertura continuativa dalla mattina alla sera nei giorni del fine settimana, oltre ad altre matinée feriali e una programmazione con ampio spazio ai film in lingua originale con sottotitoli in italiano, non solo inglesi o americani. Un’offerta che ha coinvolto un pubblico trasversale, sia giovani che anziani.

L’attenzione per il cinema a Firenze è tornata alta dopo la crisi pandemica e non riguarda solo l’Astra ma anche altri cinema cittadini commenta il direttore della Fondazione Stensen, Michele CrocchiolaIl cinema è rimasto un intrattenimento dal grande valore culturale e sociale, dal prezzo contenuto, accessibile a tutti e ricco di emozioni e contenuti. È stato e sarà sempre più importante continuare a innovarsi: nella struttura (l’Astra nonostante sia nuovo ha ancora bisogno di migliorare la sua accoglienza, comodità e fruizione) e nelle modalità di offerta e di comunicazione. Tutte cose su cui stiamo lavorando e continueremo anche nel futuro”.

Info e programma completo su: www.astrafirenze.it

La mostra “Depero, Cavalcata fantastica” a Palazzo Medici Riccardi

Avete tempo fino al 28 gennaio per visitare “Depero. Cavalcata fantastica”, mostra a cura di Sergio Risaliti e Eva Francioli, in programma a Palazzo Medici Riccardi.

Qualcuno lo ricorda perché fu uno tra i maggiori esponenti della corrente futurista o per il suo sodalizio con Campari e del suo famoso progetto del packaging della bottiglietta per il Campari Soda. Questa esposizione invece, sarà l’occasione di conoscere Depero o ritrovare un maestro del Novecento, ripercorrendone la storia e riscoprendone lo stile inconfondibile e fantasioso.

Photo credits © Depero. Cavalcata Fantastica – Palazzo Medici Riccardi – Ph. Nicola Neri

L’esposizione parte da Nitrito in velocità, opera del 1932 conservata nelle raccolte dei Musei Civici Fiorentini, donata dall’ingegnere navale Alberto Della Ragione al Comune di Firenze all’indomani dell’ alluvione del ’66, insieme ad altre 240 opere della sua celebre collezione divenute poi il nucleo fondante dell’attuale Museo Novecento. All’interno del palazzo troviamo riunite per la prima volta 47 opere, tra cui alcuni capolavori provenienti dal Mart, Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, che possiede una imponente collezione di opere che l’artista donò al Comune di Rovereto prima della sua morte, in parte esposte nella Casa d’Arte Futurista Depero.

Photo credits © Depero. Cavalcata Fantastica – Palazzo Medici Riccardi – Ph. Nicola Neri

La prima parte della mostra è dedicata agli studi per scenografie, bozzetti e figurini, che nell’opera di Depero sono abitati da modernissimi pupazzi, burattini e marionette come quelli della Commedia dell’arte e del teatro di piazza. Le collaborazioni teatrali di Depero furono intense e importanti, come quelle con i Ballets Russes dell’impresario Sergej Djaghilev, per il quale immaginò scene e costumi per Le chant du rossignol, tratto da una fiaba di Hans Christian Andersen, su musiche di Igor Stravinskij. Celebre è inoltre la sua produzione di teatro d’avanguardia I miei Balli Plastici che, nel 1918, andò in scena a Roma con automi in legno in sostituzione degli attori.

Una seconda parte della mostra è idealmente incentrata sulla lavorazione degli arazzi, attività che trova proprio a Firenze uno dei principali centri di diffusione. In mostra è infatti possibile ammirare numerose “tarsie in panno”, tra cui spicca la maestosa e coloratissima Cavalcata Fantastica, espressione della grande varietà di tecniche esplorate dall’artista nel corso della sua vita.

Photo credits © Depero. Cavalcata Fantastica – Palazzo Medici Riccardi – Ph. Nicola Neri

Una terza e ultima sezione presenta infine un approfondimento sui temi della meccanizzazione del movimento e sul mito del progresso, all’origine di molte opere di Depero, che nel 1915 dichiarò insieme a Balla, nel manifesto Ricostruzione futurista dell’universo. Il mito della velocità e della civiltà meccanica porta quindi l’arte e l’umanità a riconoscersi in una nuova era, fatta di potenza e vitalità meccanica.

Visitare questa mostra temporanea vi sarà anche accesso a entrare nel Palazzo Medici Riccardi, il primo palazzo dei Medici, dove vissero Cosimo il Vecchio e Lorenzo il Magnifico e lavorarono artisti come Donatello, Michelangelo, Paolo Uccello, Botticelli e Benozzo Gozzoli. Quest’ultimo, autore degli affreschi custoditi all’interno della Cappella dei Magi (1459).

Photo credits © Palazzo Medici Riccardi

Info: via Cavour, 3. Aperto tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00, chiuso il mercoledì. Tel.: +39 055-276 0552; mail: info@palazzomediciriccardi.it.

Il fascino dell’Art Nouveau al Museo degli Innocenti

Non siamo nella Parigi di fine ‘800, cuore pulsante della Belle Époque, ma a Firenze – più precisamente al Museo degli Innocenti – che fino al 7 aprile 2024 ospiterà i lavori di Alphonse Mucha, con la mostra dal titolo “Alphonse Mucha. La seduzione dell’Art Nouveau“.

Classe 1860, Alphonse Mucha nasce a Ivančice, nella Repubblica Ceca. Fervente patriota e sostenitore della libertà politica dei popoli slavi, si dedica all’arte e nel 1887 si trasferisce a Parigi dove affina le sue arti e incontra la donna che cambierà per sempre la sua vita: parliamo di Sarah Bernhardt, l’attrice più richiesta e famosa dell’epoca, che affida a Mucha la sua immagine rendendolo popolarissimo.

Quando giunge a Parigi, l’incontro con l’attrice nel 1895 e la realizzazione del suo primo manifesto per la commedia Gismonda lo rese famoso da un giorno all’altro. Da quel momento ideò tutti i manifesti per gli altri spettacoli di Sarah Bernard, da quello per La Dame aux CaméliasLa SamaritaineMedea fino a La Princesse Lointaine, scritto da Emond Rostand. Il manifesto, che ebbe grandissimo successo, ispirò poi Alphonse Mucha per la realizzazione della copertina della versione romanzata della stessa opera, dal titolo Iilsée. Princesse de Tripoli (1897). Tutti questi manifesti sono esposti in mostra, come pure quello ideato per pubblicizzare le cartine per le sigarette JOB, considerato l’immagine iconica della “donna alla Mucha”: figura di una donna sensuale contrastata dal monogramma JOB sullo sfondo. L’arabesco creato dai suoi capelli e dalle spire di fumo che si alzano dalla sua sigaretta crea un ricco effetto decorativo. Qui Mucha introduce un motivo bizantino, simile a quello dell’affiche per Gismonda, con una cornice ispirata ai mosaici che aggiunge un tocco di solennità alla composizione finale.

Photo courtesy © Arthemisia – fotografo Giorgio Magini

Nasce così il mito delle “donne di Mucha”, e le aziende se lo contendono per reclamizzare i propri prodotti, dando vita alle intramontabili campagne pubblicitarie come quella del cioccolato Nestlé, dello champagne Moët & Chandon, e ancora delle sigarette, della birra, dei biscotti e dei profumi.

La mostra
In un viaggio tra muse floreali e immagini iconiche il percorso dell’esposizione presenta oltre 170 opere tra manifesti, libri, disegni, olii, acquarelli, oltre a fotografie, gioielli, opere decorative, che permettono al visitatore di approfondire l’eclettismo di Mucha.

Photo courtesy © Arthemisia – fotografo Giorgio Magini

Un messaggio di emancipazione

Tutte le donne che Mucha rappresenta nelle sue opere sono fluide, bellissime e leggere, ma lo sguardo è sempre diretto e forte, segno di un’emancipazione, che in quegli anni inizia a manifestarsi. È lo sguardo di una donna nuova, che rivendica il diritto di una libertà e dignità fino ad allora negata. È l’inizio della modernità, di cui Mucha, pur con un linguaggio influenzato dai Preraffaelliti di Hans Makart, dalle xilografie giapponesi, dalla bellezza della natura, dalla decorazione bizantina e da quella slava, si fa portavoce.

Accanto alle opere di Mucha, c’è poi uno spazio dedicato alle opere italiane che raccontano il contesto dell’evoluzione dello stile Art Nouveau in Italia con un omaggio al fiorentino Galileo Chini (1873-1956) che si dedicò con grande fervore all’arte della ceramica, tanto che nel 1896 fonda l’Arte della Ceramica, una piccola fabbrica a Firenze che in breve tempo si fa interprete del gusto moderno, aggiornando i materiali tipici della sua manifattura secondo i dettami estetici del nuovo linguaggio.

Photo courtesy © Arthemisia – fotografo Giorgio Magini

Mucha credeva che l’arte non dovesse limitarsi a essere piacevole alla vista: doveva comunicare un messaggio spirituale, elevare gli spettatori e soprattutto parlare a tutte le persone. Quando aveva ormai raggiunto la fama, senza dimenticare l’impegno patriottico e sociale, decide di mettersi all’opera sul progetto che ribattezzò Epopea slava, composta da venti murali dipinti su tele enormi, rappresentando le sofferenze e le conquiste di tutti i popoli slavi nel corso di mille anni di storia. Il suo obiettivo era quello di dipingere una serie di tele ispirate ai grandi momenti della storia dei popoli dell’est, che potesse servire da monito e lezione per le future generazioni. Un progetto ambizioso, che lo tenne occupato – tra viaggi, studi e ricerche – dal 1911 al 1928. Alla fine, riuscì a completare venti tele, che donò alla città di Praga in occasione del decimo anniversario della formazione della Stato Cecoslovacco. Morirà a Praga nel 1939.

Info: in mostra fino al 7 aprile 2024. Aperta tutti i giorni dalle 9.30 alle 19.00. Biglietti: mostra + Museo degli Innocenti, intero € 16; ridotto € 14 (con audioguida inclusa).

F come Femmina

Statt cìtt cà ti iett du barcùn!” – Era la frase che tante volte affettuosamente mio nonno pronunciava nei confronti di mia nonna, per farle capire che ciò che stava dicendo era sbagliato ed era preferibile che lei tacesse. Una frase che, detta di fretta, poteva quasi risultare simpatica. Solo oggi ne colgo i segni di una violenza di genere, inserita in una cultura pregna di patriarcato invisibile, seppur imgombrante.

Nell’avvicinarsi della data simbolo della giornata contro la violenza sulle donne mi viene subito da pensare alle tragiche vicende successe a Giulia Cecchettin, all’indomani dell’arresto del suo ex compagno. Mi sento di dover sfogare una rabbia e un dispiacere che mi coinvolgono in primis come donna, in secondo luogo come essere umano. Sono rimasta incollata per giorni a seguire la vicenda in televisione e non so perché – e questa è una cosa che ho condiviso anche con amiche – pensavo che stavolta ci sarebbe stato un epilogo diverso. E invece no.

Non sappiamo perché si debba sempre arrivare all’estremo per renderci conto del male. So solo che da ora in poi bisogna fare qualcosa di concreto per migliorare il futuro della società. Soprattutto per chi verrà dopo di noi. Genitori di femmine e di maschi che hanno paura in entrambi i casi: i primi col timore che la figlia venga ammazzata per eccesso di gelosia, i secondi che possano essere loro i portatori sani di questi frutti marci.

Sono riuscita a recuperare in sala “C’è ancora domani“, primo (e riuscito) esperimento alla regia di Paola Cortellesi, che con estrema delicatezza racconta di una violenza silenziosa, che tutte le nostre antenate, nonne, madri, zie, amiche hanno subìto almeno una volta o l’hanno sicuramente vista succedere ad altre. Una storia ambientata a Roma, tra le macerie fisiche lasciate dalla guerra e quelle emotive delle loro protagoniste. Mi spiace solo che dal ’46 ad oggi siano cambiate pochissime cose per le donne.

C’è ancora domani di Paola Cortellesi

Altra storia che ho voluto a tutti i costi seguire è quella raccontata in “Women Talking – il diritto di scegliere” della regista canadese Sarah Polley, che trae spunto dal romanzo “Donne che parlano” di Miriam Toews. Costruito quasi integralmente sulla sceneggiatura, un po’ a mò di processo, Women Talking è una pugnalata al cuore, che racconta di alcune donne puntualmente narcotizzate e stuprate dagli uomini della loro stessa comunità religiosa e poi lasciate emotivamente e fisicamente danneggiate o addirittura incinte. Le donne più anziane e le ragazze più grandi si riuniranno in un fienile per decidere come reagire all’accaduto: perdonare; dare battaglia agli stupratori o abbandonare per sempre la comunità.

Woman Talking di Sarah Polley

Di tutte le frasi che più mi fanno paura quando vedo un film sulla violenza di genere c’è sempre quella all’inizio o alla fine: tratto da una storia vera. Ed è proprio a tutte le storie vere di denuncia di abusi sessuali e poi assoluzione dei colpevoli che si parla in Promising young woman di Emerald Fennel del 2020. Protagonista di questo mondo rosa, confortevole e zuccheroso è Carey Mulligan (Cassie) giovane “donna promettente” ed ex studentessa di medicina che lascia l’università a seguito della scomparsa della sua migliore amica, che si era tolta la vita dopo uno stupro di gruppo. Sempre ad opera di insospettabili bravi ragazzi.

Una donna promettente di Emerald Fennell

La violenza di genere non è soltanto fisica. La sua forma più subdola e graffiante è senz’altro quella mentale. Una delle sue deriva è quella economica. Si riferisce a quel tipo di violenza in cui il partner maschio della coppia limita o occulta le disponibilità finanziare della famiglia. Ho unito i puntini di “indipendenza economica” e terrore che la propria partner possa guadagnare più rispetto al maschio alpha dopo aver visto il film Don’t worry darling, thriller di Olivia Wild che ci catapulta in mondo ispirato agli anni ’50 in cui mariti perfetti uscivano presto la mattina e tornavano tardi la sera, e che dopo il lavoro erano attesi dalle loro mogli, altrettanto perfette. A guardare con più attenzione, lo scenario luccicante e finto descritto dalla Wilde nasconde ben più di una crepa. Un film che esprime un concetto estremamente complesso – che seppur con un finale frettoloso – vi consiglio di recuperare.

Don’t worry darling di Olivia Wilde

Sento che mi sto facendo prendere la mano ma la filmografia mi ha da sempre aiutata a capire alcuni meccanismi di potere tra uomo-donna. Incredibile che nei film suggeriti finora ci siano solo film diretti da donne. Eccezione alla regola per un piccolo capolavoro che vi consiglio di recuperare è: Una femmina di Francesco Costabile, che oltre al quadro già tragico di una famiglia coinvolta nella criminalità organizzata aggiunge la condizione di sudditanza femminile, nella storia di Rosa, che per fortuna ha il coraggio di ribellarsi. Sulla stessa scia troviamo The Good Mothers, una serie tv che potete trovare su Disney+ a sua volta basata su una storia vera. Diretto da Stephen Butchard, il crime drama racconta la ‘ndrangheta da un punto di vista inconsueto: quello delle donne che hanno osato sfidarla. Gaia Girace, Valentina Bellè, e Simona Distefano sono rispettivamente la diciassettenne Denise Cosco e le trentenni Giuseppina Pesce e Maria Concetta Cacciola, tre donne che osano contrapporsi alla ‘ndrangheta. Nel cast anche Micaela Ramazzotti nel ruolo di Lea Garofalo.

Una femmina di Francesco Costabile
The good mothers su Disney+

Ci sarebbero tanti esempi da citare: primo tra tutti e che mi ha inquietato moltissimo è l’universo distopico che ci ha regalato Margaret Atwood ne Il racconto dell’ancella. E il suo corrispettivo telefilm ambientato in un futuro prossimo, in una teocrazia totalitaria che ha rovesciato il governo degli Stati Uniti esplorando i temi della sottomissione della donna e dei vari mezzi che la politica impiega per asservire il corpo femminile e le sue funzioni riproduttive ai propri scopi. O ancora The Morning Show, che trovate su Apple, incentrato sulle dinamiche di potere tra gli uomini e le donne che lavorano nel competitivo mondo dei programmi del mattino. La veterana di Friends Jennifer Aniston interpreta Alex Levy, l’apprezzata conduttrice di uno dei tanti morning show che popolano la programmazione televisiva americana, alla quale viene affidato il difficile compito di annunciare in diretta il licenziamento del suo co-conduttore degli ultimi quindici anni (Steve Carell) accusato di molestie sessuali. 

Il racconto dell’ancella
The morning show su Apple Tv

Questo ventaglio di proposte cinematografiche termina qui. Se avete qualche suggerimento sono qui ad ascoltarlo. Intanto chiudo facendo gli auguri di compleanno a mia nonna, che è nata proprio il 25 novembre e che avrebbe compiuto 93 anni. Avrei voluto raccontarle un sacco di cose successe in questi ultimi anni. Intenta a leggere il suo ultimo e prezioso settimanale trash di turno mi avrebbe risposto “Eh?”. Ma sono sicura che lei sa già tutto.

La stanza segreta di Michelangelo alle Cappelle Medicee

Dopo quasi 50 anni dal suo ritrovamento (correva l’anno 1975), dal 15 novembre 2023 la stanza segreta di Michelangelo, piccolo ambiente contenente una serie di disegni attribuiti al Buonarroti, a cui si accede dalla sagrestia nuova all’interno del Museo delle Cappelle Medicee, sarà accessibile al pubblico. L’apertura sarà fatta in via sperimentale e le prenotazioni aperte fino al 30 marzo 2024. L’annuncio è stato dato a fine settembre dal Direttore Generale Musei Massimo Osanna durante la conferenza stampa di presentazione della nuova uscita del Museo delle Cappelle Medicee.

La storia

Era il novembre 1975 quando Paolo Dal Poggetto, allora direttore del Museo delle Cappelle Medicee, incaricò il restauratore Sabino Giovannoni di fare dei saggi di pulitura in uno stretto corridoio sottostante l’abside della sagrestia nuova, in occasione di un sopralluogo preliminare alla ricerca di uno spazio adeguato alla realizzazione di una nuova uscita del museo.

La stanzetta, 10 metri di lunghezza per 3 di larghezza, alta al culmine della volta 2 metri e 50, era stata usata come deposito di carbonella fino al 1955 e poi inutilizzata, rimasta chiusa e dimenticata per decenni, sotto una botola completamente coperta da armadi, mobili e suppellettili accatastate. È qui, durante dei saggi sulle pareti, che il restauratore si imbatté, sotto due strati di intonaco, in una serie di disegni murali di figura, tracciati con bastoncini di legno carbonizzato e sanguigna, di dimensioni varie, in molti casi sovrapposti, che dal Poggetto attribuì per la maggior parte a Michelangelo. L’allora direttore ipotizzò che l’artista si fosse rifugiato nel piccolo ambiente nel 1530, quando il Priore di San Lorenzo, Giovan Battista Figiovanni, lo nascose dalla vendetta del papa Clemente VII, infuriato perché l’artista – durante il periodo in cui i Medici furono cacciati dalla città – aveva militato come supervisore delle fortificazioni per il breve periodo di governo repubblicano (1527-1530). Ottenuto il perdono della famiglia, dopo circa due mesi – che secondo la ricostruzione dovrebbero collocarsi tra la fine di giugno e la fine di ottobre 1530 – Michelangelo tornò finalmente libero e riprese nuovamente i suoi incarichi fiorentini, fino a quando nel 1534 abbandonò definitivamente la città alla volta di Roma. I disegni, ancora oggetto di studio da parte della critica, secondo la tesi di Dal Poggetto furono realizzati durante il periodo di “auto-reclusione” dell’artista che avrebbe utilizzato i muri della piccola stanza per “abbozzare” alcuni suoi progetti tra i quali opere della Sagrestia Nuova, come le gambe di Giuliano de’ Medici duca di Nemours, citazioni dall’antico, come la testa del Laocoonte, e progetti riferibili ad altre sculture e dipinti.

Modalità di accesso

La stanza segreta sarà accessibile esclusivamente su prenotazione, a un massimo di quattro persone a gruppo accompagnato, fino a un limite di 100 persone a settimana. Sarà aperta il lunedì (alle 15, 16:30 e 18:00), il mercoledì (alle ore 9:00, 10:30, 12:00, 13:30, 15:00, 16:30, 18:00), il giovedì (alle ore 9:00, 10:30, 12:00, 13:30, 15:00), il venerdì (alle ore 15:00, 16:30 e 18:00) e il sabato (alle ore 9:00, 10:30, 12:00, 13:30, 15:00, 16:30, 18:00). La permanenza massima all’interno della stanza sarà di 15 minuti, accompagnati dal personale di vigilanza del Museo. Dal momento che per accedere all’ambiente è necessario scendere una stretta e angusta scala, la stanza non è accessibile ai disabili e, per ragioni di sicurezza, ai minori di 10 anni.

Info: biglietto di ingresso 20euro a persona (2,00 euro i ridotti; gratuito per i minori di 18 anni) a cui si aggiungono i costi della prenotazione obbligatoria (3 euro) e il prezzo del biglietto di ingresso al Museo delle Cappelle Medicee (10 euro intero, 3 euro ridotto fino al 15 dicembre 2023). Un totale di 30euro più la prenotazione obbligatoria per i biglietti interi e 5 euro più i 3 euro di prenotazione obbligatoria per i ridotti.