We Rise by Lifting Others, le luci di Marinella Senatore a Palazzo Strozzi

Per una persona che viene dal Sud come me – abituata a vedere le luminarie in circostanze di festa, di gente accalcata, di strade intrise di odore di torrone – è strano e meraviglioso ammirare un’opera chiaramente ispirata alla tradizione popolare dell’Italia meridionale, dialogare senza sforzo nel contesto rinascimentale circostante.

È infatti un cortocircuito estetico-visivo quello a cui assistiamo entrando nel cortile di Palazzo Strozzi quando ci imbattiamo nell’installazione di Marinella Senatore: We Rise by Lifting Others, nuovo progetto site-specific per il Cortile, inaugurato a dicembre e in mostra fino al 7 febbraio 2021.

Una riflessione sull’idea di comunità, vicinanza e relazione quella dell’artista, in un’epoca in cui il concetto di distanziamento sociale sta condizionando la vita quotidiana di tutte le persone. È infatti rassicurante constatare come un’opera possa di colpo “illuminare” le giornate – spesso grigie, talvolta buie ma soprattutto spente delle ultime settimane. 

Con i suoi oltre dieci metri di altezza e costituita da centinaia di lucine colorate LED, We Rise by Lifting Others invade le proporzioni rinascimentali del palazzo coinvolgendo il visitatore in un’esperienza fra storia, cultura popolare e strutture sociali, da sempre elementi alla base della ricerca della Senatore. Prodotte in collaborazione con artigiani pugliesi, le luminarie sono caratteristiche della pratica dell’artista per il loro valore sociale: una struttura effimera che crea uno spazio di socializzazione. 

Come si scorge dalle immagini,  la componente testuale è sempre centrale nel lavoro di Marinella Senatore, che spesso impiega nelle sue opere slogan politici, frasi tratte da manifestazioni di piazza o citazioni di filosofi. La frase che titola il progetto, “We Rise by Lifting Others” (ci eleviamo sollevando gli altri), serve come diretto invito a creare nuova consapevolezza, motivazione ed emancipazione nella relazione con l’altro. Il cortile diviene un luogo di scambio, anche a distanza, con i suoi portoni aperti alla città: un punto di passaggio, sosta e meditazione, uno “spazio nello spazio” che invita a riconquistare il nostro senso di comunità e di relazione tra esseri umani, ma anche un luogo che genera forza, energia e narrazione.

“Immagino le mie opere come contenitori fluidi concepiti tenendo conto dello specifico ‘ambiente’ in cui si sviluppano e basati su una inclusione potenzialmente infinita degli elementi in gioco” dichiara Marinella Senatore. “L’arte è per me una piattaforma orizzontale su cui elementi diversi, ma di uguale valore, generano movimento energetico e quindi narrazione condivisa”.

Tra le numerose iniziative spicca un ciclo di conversazioni che mettono in dialogo l’artista Marinella Senatore e il curatore Arturo Galansino con personalità internazionali del mondo dell’arte, della cultura e della creatività contemporanea. Il primo appuntamento è previsto per oggi, 10 dicembre alle 18 con Maria Grazia Chiuri, direttrice artistica delle collezioni donna Dior, con la quale Marinella Senatore aveva già collaborato la scorsa estate per la sfilata tra le strade di Lecce. I prossimi incontri saranno con la curatrice spagnola Chus Martínez, il collettivo russo Pussy Riot, e l’economista italiano Pier Luigi Sacco, visibili sulla pagina Facebook e sul canale YouTube di Palazzo Strozzi.

Info: l’installazione è visibile al pubblico gratuitamente nel Cortile di Palazzo Strozzi tutti i giorni dalle ore 9.00 alle 20.00.

*Le immagini di copertina e nel testo sono foto courtesy Palazzo Strozzi © OKNO studio; l’immagine della sfilata è © Dior Cruise 2021.

Nell’armadio di Alicia, dal decluttering al second hand

Giovane, carina e decisamente molto occupata nella cura del guardaroba altrui e nella lotta allo spreco di vestiti. Alicia Martini, classe 1988 è una closet organizer, ovvero colei che ti aiuta a riorganizzare l’armadio, buttando ciò che è superfluo, recuperando dai meandri dei cassetti ciò che avevi dimenticato e smaltendo l’eccesso, riciclandolo. Metà italiana e metà francese, Alicia si affaccia nel mondo della moda lavorando nell’azienda di famiglia, specializzandosi nella grande distribuzione e produzione di denim.

Di cosa ti occupi? Mi occupo di trovare clienti che abbiano voglia di produrre il loro prodotto in grandi quantità, brand nord-europei, inglesi e americani in Pakistan.  Si parte dal filo di cotone alla creazione del tessuto fino alla produzione del pantalone finito.

Che studi hai fatto? Ho studiato da architetto e dopo aver lavorato qualche anno nel mondo dell’architettura mi sono resa conto che l’amore per il lavoro della mia famiglia mi ha portata verso questo ambito. Ho capito che una cosa non esclude l’altra. Tante cose che ho studiato mi sono tornate utili, come l’architettura apre a un certo tipo di costruzione mentale, che non è da escludere nel mondo della moda.

Già dal 2019 aveva cominciato a riflettere sul consumismo generato dal mondo del tessile e a porsi qualche domanda.  “Basti pensare che ogni singola persona nel corso di un anno butta via tra i 10 e i 15 kg di indumenti. Non sono capi rovinati, sono solo capi che scegliamo di non indossare più. L’ 80%  va a finire in discarica ma il 48% è perfettamente riutilizzabile. In definitiva,produciamo capi che sappiamo che butteremo via”.

Alzi la mano chi non possiede nell’armadio almeno un abito ancora con il cartellino, frutto di un acquisto compulsivo, un regalo sbagliato, un outfit troppo particolare, messo rigorosamente una sola volta. Ecco allora che decide di orientare la sua attività sul decluttering.  “L’avevo messo in atto già prima dell’avvento del Coronavirus. Ci sono varie teorie nel mondo che dicono che con 30 capi puoi creare i tuoi abbinamenti, ma pur apprezzando il metodo Marie Kondo, non credo che nella vita reale la maglietta arrotolata sia sempre applicabile e funzionale. L’armadio disorganizzato può essere un problema ma anche quello troppo organizzato può diventarlo..!

Qual è la giornata tipo di Alicia? Solitamente riesco a completare due armadi al giorno. Uno la mattina e uno il pomeriggio. Non più di due perché dedicherei troppo poco tempo alla persona da cui vado. Per revisionare anche un armadio piccolo ci vogliono circa due ore, se consideriamo sia l’estivo che l’invernale almeno quattro. Mai nella stessa giornata perché diventerebbe sin troppo impegnativo.

Il mio approccio non è integralista, anzi, si adatta sempre alla persona che ho davanti”. La cernita non viene fatta in base ai gusti personali ma secondo lo stile di vita, a ciò che piace veramente e ciò di cui ci si vuole sbarazzare. Eliminare il superfluo è una pratica utile e liberatoria, ma farlo da soli talvolta risulta difficile, per il valore affettivo che diamo alle cose. Ecco perché parallelamente al riordino degli armadi, Alicia ha dato vita a REVIE_2h, un piccolo e-commerce virtuale in cui rivende vestiti di seconda mano con dei prezzi super accessibili.

Come recuperi le cose che trovi nei vari armadi? Differenzio le cose in varie modalità: gli indumenti bucati, non rammendabili, lisi vanno differenziati per fibre. Lana e cashmere li porto in alcuni posti specializzati di Prato che si occupano di rigenerazione di fibre. Questo vale anche per il jeans. È incredibile quante cose si riescano a fare solo separando le fibre di jeans in buono stato. Per esempio altri jeans. Inoltre, sapevate che dal poliestere di possono ricavare materiali per l’isolamento dei muri? Il cotone, quando è misto, non si può riciclare perché è difficile estrarlo e quindi vanno lasciati in discarica. Gli abiti fuori moda servono a uno scopo socialmente utile, e solitamente li porto agli enti di carità che smistano e portano alle persone che ne hanno bisogno.

E gli abiti in ottimo stato?  Torniamo a quel famoso 48 % degli scarti del nostro armadio. Perché tutti meritano di avere una seconda possibilità, anche e soprattutto i vestiti!

Come contattarla? Scrivendo a aliciamartini@me.com o visitando la  sua pagina IG, instagram/revie_2h. Potrebbe essere un fantastico regalo da fare a Natale ma anche in ogni periodo dell’anno a qualcuno a cui tenete.

NB. L’articolo in versione ridotta è uscito sul numero di dicembre del mensile cartaceo di arte e cultura, Lungarno.

Il rock di Patti Smith inaugura la 61/ma edizione del Festival dei Popoli

Cosa succede se Maometto non va alla montagna? La montagna va da Maometto!  

E se noi non possiamo andare al cinema, è il cinema che viene da noi. Un po’ per reagire alla triste situazione della chiusura delle sale cinematografiche delle scorse settimane e un po’ perché bisogna farsi forza, i festival cinematografici si sono reinventati. Uno tra questi è il Festival dei Popoli, che con la frase “The Show Must Go ‘Home’ lancia un messaggio forte e chiaro  – che lo spettacolo deve andare avanti e lo farà anche da casa – e infatti si terrà online nelle date previste dal 15 al 22 novembre.

“Ancora una volta – hanno detto Claudia Maci e Alessandro Stellino – i festival sono rimasti senza una casa e ne hanno trovato una in quella di ogni spettatore. La 61/ma edizione del Festival dei Popoli entra nelle abitazioni di tutti con un programma ricco di voci che raccontano il tempo che viviamo nel suo stesso dispiegarsi davanti ai nostri occhi e l’instabilità di un panorama sociale e politico che va monitorato da occhi attenti e civili”. 

La cosa più bella dell’edizione di quest’anno (nonostante tutto!) è il costo dell’abbonamento. Con soli 9.90€  potrete abbonarvi direttamente sul sito https://www.mymovies.it/ondemand/popoli/ e potrete seguire il calendario del festival con qualunque dispositivo connesso e inoltre assistere a panel, masterclass e incontri con gli autori in esclusiva.

Ma veniamo al programma. In apertura la prima mondiale del documentario Patti in Florence del regista fiorentino Edoardo Zucchetti, un racconto sul rapporto speciale tra Patti Smith e la città di Firenze, nato in occasione del leggendario concerto del 10 settembre 1979 allo Stadio Artemio Franchi davanti a 60.000 spettatori (io non ero nata e neanche il regista lo era! Ma proprio per questo valore storico, il doc merita di essere visto!). Le rare immagini d’archivio si intervallano con le sequenze che il regista ha girato con la rocker in città, tra performance e improvvisazioni nelle strade, musei, teatri e piazze per un film che diventa una lettera d’amore della musicista nei confronti del capoluogo toscano.

Il cartellone è ricco e propone 60 documentari divisi in varie sezioni. Oltre al consueto Concorso Internazionale (18 film tra corti, medi e lunghi, tutti inediti in Italia) e al Concorso Italiano (7 i titoli, tutti inediti assoluti, un viaggio nell’Italia oggi) ci muoviamo nell’universo musicale con Let the Music Play dedicata ai documentari musicali (dove segnalo Sisters With Transistors di Lisa Rovner, sulle pioniere della musica elettronica e Bring Down The Walls di Phil Collins, che ribalta il concetto di una musica house, troppo spesso associata al divertimento, allo sballo e alla liberazione delle energie negative.

Ci sarà anche una parte dedicata agli adolescenti, quest’anno, con Popoli for Kids & Teens dove segnalo Now di Jim Rakete, documentario sui giovani attivisti che lottano per un futuro sostenibile (sì, c’è anche Gretina nostra). Tra i protagonisti Luisa Neubauer (Fridays for Future), Felix Finkbeiner (Plant for the Planet) e Nike Mahlhaus (Ende Gelände), con testimonianze di tante celebrità tra cui Patti Smith stessa e Wim Wenders.

Un focus sull’ambiente con Habitat, dove ci sono ben 9 titoli legati ai temi del vivere contemporaneo in relazione all’ecosistema, all’evoluzione tecnologica e alle trasformazioni in atto in ambito geo-politico (qui segnalo in chiusura Icemeltland Park la regista Liliana Colombo che mostra un parco di divertimenti da incubo tra l’Alaska e la Terra del Fuoco, ovvero il nostro pianeta, sconvolto dalle conseguenze del cambiamento climatico).

Un festival che da sempre mescola l’attualità a racconti storici tramite il documentario. Godiamocelo così (per il momento) e poi torneremo senz’altro ad apprezzarlo anche dal vivo.

“ApritiModa”: il 24 e 25 ottobre alla scoperta dei luoghi dell’eccellenza artigianale

Mi ha da sempre incuriosita l’idea di accedere a luoghi insoliti e poco conosciuti. Di visitare retroscena pieni di fascino dove nascono e poi prendono forma le idee.

Questo weekend di fine ottobre (24 e 25) torna a Firenze ApritiModa, l’iniziativa dove i brand più famosi e i laboratori dell’eccellenza artigianale aprono le porte per svelare i segreti delle creazioni simbolo del made in Italy.

L’antico setificio fiorentino, il laboratorio d’arte del teatro della Pergola, la sartoria del Maggio musicale, l’Officina profumo di Santa Maria Novella: sono solo alcune delle sedi di atelier e laboratori pronte a farci entrare nel loro mondo.

Museo di Salvatore Ferragamo – © photo courtesy ApritiModa

“Quello che proponiamo con ApritiModa – dichiara Cinzia Sasso, ideatrice della manifestazione – è un tour nella bellezza e nella bravura. Firenze e la Toscana – dove eravamo già stati nel 2018 – sono dunque gli ovvi punti di forza perché è qui, nel 1952, nella Sala Bianca di Palazzo Pitti, che è stato battezzato e presentato al mondo quel miracolo che è il Made in Italy”. 

Sarà un’occasione unica per visitare luoghi usualmente chiusi al pubblico ma che nascondono segreti, mestieri e arti delle migliori tradizioni artigianali e sartoriali. Proprio in un anno molto critico anche per il settore della moda sono importanti iniziative come ApritiModa per sostenere e rilanciare il settore” – aggiunge l’assessore a cultura, moda e design Tommaso Sacchi.

Le visite, gratuite, si svolgeranno necessariamente a numero chiuso e su prenotazione, così da garantire il rispetto di tutte le misure a tutela della salute. Le prenotazioni potranno essere effettuate dal sito www.apritimoda.it 

Ricchi di fascino e storia, scopriamo nel dettaglio questi scrigni da visitare:

Antico Setificio Fiorentino. Stefano Ricci aprirà le porte del suo Antico Setificio Fiorentino. Siamo nel cuore di San Frediano, un vialetto che si infila, i rampicanti sui muri, è lì che dal 1786 le più importanti famiglie fiorentine hanno fatto convergere la lavorazione di una delle risorse più preziose, la seta. Grandi finestre da laboratorio, i telai sui quali le donne lavorano ancora col rocchetto, il rumore incessante delle macchine. C’è anche un orditoio, realizzato su disegno originale da Leonardo da Vinci il cui disegno è custodito a Londra, nella collezione privata dei Windsor. Le sete e i broccati che escono da qui vestono dal Cremlino alla casa Reale di Svezia. 

Enrico Coveri su Lungarno Guicciardini, uno dei palazzi che erano dei Medici. Spingi il portone ed ecco una chiesa sconsacrata, che Enrico Coveri ha trasformato in una galleria d’arte. Nel palazzo c’è tutto, anche la sartoria dove ancora oggi le sarte cuciono le paillettes che sono una lavorazione che si fa con i ferri da maglia: un dritto, un rovescio, e al terzo punto quel tondino di plastica colorata… Ancora oggi come nel 1977 quando, alla prima sfilata di Coveri a Parigi, Le Figaro scrisse: “Le paillettes stanno a Coveri come le catene stanno a Chanel”. 

Fondazione Arte della Seta Lisio, in via Fortini, sulle colline alle porte di Firenze: il rumore dei telai manuali riecheggia negli ampi locali della sede della Fondazione Arte della Seta Lisio, dove le maestre tessitrici creano velluti, broccati e preziosissimi tessuti in seta utilizzando filati d’oro e d’argento. Una biblioteca, un ricco archivio fotografico e di riproduzioni di opere d’arte, un’ampia collezione di tessuti antichi: non solo un’attività manifatturiera, ma anche didattica e culturale, che ha lo scopo di “conservare, tramandare, vivificare i tessuti d’Arte” e la loro lavorazione.  

Laboratorio d’Arte del Teatro della Pergola. Forbici, metro, ago e filo. Nel Laboratorio d’Arte del Teatro della Pergola il saper fare prende vita. Travi in legno, tavoli imbanditi di attrezzi e manichini per la prova. In via della Pergola 18, accanto allo storico teatro fiorentino, si realizzano costumi e oggetti scenografici per gli spettacoli del Teatro Nazionale della Toscana. Dal bozzetto alla progettazione, alla sua creazione. I maestri artigiani tramandano segreti ai giovani allievi: così – unendo storia e innovazione – si sperimenta creando bellezza. 

Loretta Caponi. Aprirà al pubblico il laboratorio (850 mq nel vecchio cuore di Firenze, in Via delle Belle Donne) dove nasce la lingerie di alta moda scelta dalla duchessa di Kent, da Paola del Belgio, da Jane Fonda, da emiri, rock star ecc. attratti dall’arte del ricamo di origine ottocentesca applicata a capi unici e preziosi. E poi ci sarà l’incanto della biancheria per la casa, le sete, i lini, usata dalle famiglie reali di tutto il mondo (Windsor, Orange-Nassau, Borbone) e dai Rockefeller, dai Rothschild, dai Kennedy, dai Getty. Nell’atelier c’è la collezione privata di migliaia di pezzi che vanno dal 1500 al 1960.  

Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Testimone di una prestigiosa storia musicale e punto d’incontro tra la Firenze del Rinascimento e il polmone verde della città, il Parco delle Cascine. Una struttura imponente, quella del Teatro del Maggio in Piazza Vittorio Gui, che racchiude l’armonia dell’orchestra e il fascino dell’opera. Il caldo legno degli interni rimanda un’acustica perfetta. Dietro alla macchina complessa che mette in scena le opere, vive il reparto più affascinante del Maggio, la sartoria. Tra costumi di scena disegnati da Giorgio De Chirico e le creazioni d’autore, la magia del teatro svela i suoi capolavori artigianali. 

Museo del Tessuto di Prato, un gioco di contraddizioni. Dentro le mura medievali della città di Prato si scorge un’alta ciminiera. È quella dell’antica fabbrica ottocentesca “Cimatoria Campolmi Leopoldo e C.” monumento d’archeologia industriale tessile, oggi Museo del Tessuto. Dai tessuti più antichi (del III secolo) ai più lontani (Yemen) fino agli abiti e agli accessori contemporanei. Da non perdere i bozzetti e i tessuti d’artista realizzati da Giò Ponti, Pomodoro e Bruno Munari. E ancora macchinari tessili e archivi preziosi. È il più grande centro culturale d’Italia dedicato alla produzione tessile. Tutto questo, nel cuore del distretto toscano. 

Museo Salvatore Ferragamo. In via dei Tornabuoni all’angolo di Piazza Santa Trinità a Firenze si trova un imponente palazzo. L’atmosfera rimanda al 1289, anno in cui lo Spini Feroni venne costruito. Salvatore Ferragamo restò affascinato dalla sua eleganza senza tempo nel 1936: decise che quel luogo magico doveva tramandare il suo nome. Anche oggi, emana la stessa bellezza. Dentro le meravigliose stanze del Museo Salvatore Ferragamo si scopre il mondo del “calzolaio delle stelle”, si percorre tutta la storia della maison e si respira l’anima dell’artigianato d’autore. Un patrimonio unico al mondo e tutto italiano. Tra i gioielli da non perdere ci sono le iconiche zeppe rainbow realizzate per Judy Garland e i tanti modelli dai materiali naturali degli anni Trenta. 

Officina Profumo-Farmaceutica di Santa Maria Novella. È qui, dietro a Piazza Santa Maria Novella a Firenze, che tutto è cominciato. È qui – fra le sale affrescate e i chiostri della più antica farmacia ancora operante – che ha origine la magnifica storia del profumo moderno. 1221: i frati domenicani coltivano, estraggono, creano. 1533: una giovanissima Caterina de’ Medici lascia Firenze per il trono di Francia, con al suo seguito un mastro dell’arte italiana del profumo. 1612: nasce l’Officina Profumo-Farmaceutica di Santa Maria Novella. E oggi, sempre qui, l’Officina continua a miscelare antica sapienza artigianale e innovazione; una grande bellezza sempre alla conquista del mondo. Entrate, respirate le epoche che hanno attraversato questo luogo, annusate, scoprite. Per l’occasione, non soltanto le grandi sale molto frequentate nei secoli, ma anche pertugi e tesori nascosti.  

Premiata Tessitura TACS. Nel cuore delle vallate aretine, immersa tra foreste incontaminate, borghi medie- vali e precisamente a Pratovecchio di Stia, si trova la Premiata Tessitura Artigiana Casentinese. Il Panno del Casentino è il protagonista assoluto. Con la stessa cura dei tempi rinascimentali la famiglia Savelli realizza tutti i passaggi che trasformano i migliori fiocchi di lana nel caratteristico Panno. Come la rattinatura, particolare fase del processo di realizzazione del tessuto che conferisce la tipica trama a ricciolo. Tra il mosaico dei vivaci colori del Panno si scoprono anche fustagni e damascati. La tradizione e il cuore caldo di questa terra si raccontano all’angolo con via dei tessitori, in via Sanardelli.  

Stefano Bemer. L’ingresso è quello di una chiesa del 1439. Al numero 2 di via San Niccolò a Firenze, le scarpe Stefano Bemer sono incorniciate alle pareti bianche. Il profumo del cuoio e quello del legno dei tavoli da lavoro dei maestri calzolai racconta l’arte di un mestiere. I morbidi divani e i candidi tappeti ricreano lo spazio di un salotto luminoso. Per fare scarpe su misura bisogna prendersi tempo, ecco perché dentro alla “bottega” Bemer, questo, si ferma. Il ricordo della scarpa perfetta, con il suo modello, rimarrà appeso sui lunghi scaffali di legno, per il prossimo incontro. 

*Tutte le foto inserite nell’articolo sito © ApritiModa.

Il “Pink october” di Firenze in Rosa Onlus

Sapete tutti che prevenire è sempre meglio che curare, vero? È per questo che sono felice di condividere un’iniziativa molto importante e molto utile per la prevenzione del tumore al seno.

In occasione del mese internazionale di prevenzione del tumore al seno, l’associazione FIRENZE IN ROSA Onlus lancia una serie di iniziative che coinvolgono la città di Firenze con l’obiettivo di diffondere e promuovere una “cultura” alla prevenzione di questo brutto male con uno stile di vita corretto.

Dal 19 al 24 ottobre FIRENZE IN ROSA Onlus offrirà su prenotazione controlli ecografici al seno GRATUITI per donne fino ai 45 anni e oltre i 75 anni di età al Punto Rosa appositamente allestito presso lo The Student Hotel. L’invito è rivolto anche a uomini con ereditarietà familiare della malattia.

La diagnosi precoce ha salvato la vita a moltissime donne. Ecco perché si rende necessaria e importante rendere la diagnosi del tumore allo stadio iniziale sempre più efficace.

Come spiega il Presidente Lucia De Ranieri: “Una diagnosi precoce permette di ridurre il tasso di mortalità del tumore al seno con trattamenti meno invasivi e con maggiori probabilità di essere efficace. Sarà importante la partecipazione di tutti per avere una sensibilizzazione capillare verso una battaglia che, se combattuta tutti insieme, può essere vinta“.

Con i fondi raccolti Firenze in Rosa Onlus vorrebbe dotare il territorio di un macchinario che renderà la diagnosi più immediata e precisa, proprio come hanno fatto in passato grazie ai sostenitori.

Qui potrete donare per sostenere l’associazione: https://www.firenzeinrosa.it/donazione-pink-october-2020/ 

Per informazioni e prenotazioni: M.388.8049901  dalle 10 alle 12, martedì e giovedì; dalle 15 alle 19, lunedì, mercoledì, venerdì.

Io ho già prenotato. Voi cosa aspettate?

Sopravvivere a settembre

Avete mai sentito parlare di Alzheimer canino? Io non ne ero a conoscenza fin quando il nostro cane non iniziò a manifestarne i primi sintomi. Poca vista, poco udito, un po’ claudicante ma con un bel pelo nero ancora morbido e lucido, dopo 17 anni, Lupo ci stava lentamente lasciando. Non ci riconosceva più e si perdeva nei campi.

Se avessi potuto raccontargli cosa mi è successo nell’ultimo anno gli avrei svelato il segreto di come si fa a sopravvivere a settembre.

È un mese misterioso, che segna la fine del clima mite, quando l’estate è già distante e l’autunno si affaccia prepotente, senza bussare. Il mese delle svolte, dei ritorni e delle partenze, delle fastidiose sveglie, degli inutili aperitivi, dei cv a livello agonistico, delle situazioni in sospeso, dei quaderni nuovi e dei ma come mi vesto? 

Questo era un pensiero che scrissi cinque anni fa e che oggi, complici i consueti ricordi su Facebook, si rivela più attuale e valido che mai. 

Gli racconterei, facendomi leccare un po’ il palmo della mano, che settembre è stato per me un mese molto impegnativo, dal primo all’ultimo giorno. Trenta giorni densi di alti e bassi. Tutto un evento, uno spiegarsi di piccoli dettagli venuti a galla da situazioni quotidiane, di conferme e rivelazioni. Tanto che essere arrivati mentalmente indenni mi sembra già un magnifico traguardo. Gli racconterei che nel corso di quest’anno non ci siamo fatti mancare niente e che mentre lui lentamente svaniva, noi abbiamo salutato persone care, superato una clausura forzata, litigato davanti a Netflix, vacillato lavorativamente, sperimentato ricette folli, macinato più di 1000km in macchina in giro per l’Italia. 

Accarezzandolo, mi sfogherei con lui su quanto sia faticoso rimboccarsi le maniche in un periodo storico non facile per nessuno e all’’opposto, di come è facile che dei ladri possano entrarti in casa; di non fidarsi del ciclo mestruale perché anche se è programmato per un giorno può anticipare di ben due settimane; e che se un anziano si sente stanco è sempre bene fare i controlli subito! 

Infine gli direi: “Lupo, sai che mi sono sposata? Te lo avevo fatto conoscere Leo. Era quello alto che ti accarezzava sempre. E scusa se non ho postato nulla, ma non è vero che se non metti la prova di un evento sui social allora non è mai successo. Invece è successo. Non c’è documento fotografico che attesti quanto fossimo felici se non le persone che erano lì con noi, prova vivente dei nostri cuori colmi di gioia”.

“Allora, Lupo, si può sopravvivere a settembre? Certo che sì!”

E anche se tu non ce l’hai fatta, il trucco è che non c’è trucco e che alle stelle si giunge soltanto attraverso le asperità! 

Stai bene fedele amico. 

Avanti ottobre, a noi due.

5 motivi per mettersi (ancora per poco) la mascherina

Ne abbiamo viste di ogni tipologia: dalle chirurgiche alle griffate, da quelle super trash a quelle artigianali. Dovremmo tenere le mascherine ancora per un po’. Oltre alla lunga lista dei lati negativi (non si respira, ti fa sudare, è scomoda, etc) mi sono chiesta quali siano i lati ironico-divertenti dell’indossarla. Qui una scherzosa classifica:

5) Come strumento per non farsi leggere il labiale.

Potrei dire stronza maledetta a bassa voce senza che il mio interlocutore possa recepire il messaggio. Come quando alle medie cercavi di suggerire alla tua compagna di banco le risposte giuste di latino a denti stretti (a proposito ciao Serena!).

4) Ti salva dall’alitosi altrui o salva i tuoi interlocutori dalla tua.

Hai finito le chewing-gum ed eri stato a pranzo da un amico che ha come migliore amico i soffritti d’aglio (può succedere e tra l’altro è tutto più buono con l’aglio), quindi la mascherina potrebbe salvare le persone con cui interagisci da uno svenimento o viceversa.

3) Addio baffi da tricheco, nessuno potrà più vederli!

Questo punto lo può capire solo chi si tortura con la depilazzzzzione!

2) Ti impedisce di mangiare tanto.

Su questo ci sto lavorando. Forse ci vorrebbe più una museruola…!

Last but not the least ti protegge e vieni protetto dalla diffusione del virus.

I come insonnia, insomma non dormo.

Sembra ieri che appoggiavi la testa sul cuscino e immediatamente il cervello – facendo contatto con il soffice guanciale – ti faceva perdere i sensi. Ti addormentavi all’instante. Questo succedeva a sei anni. Le cose non sono più le stesse da tempo ma nell’ultimo periodo si è acuita la tendenza a non prendere sonno.

Dopo una giornata qualsiasi in cui sei un po’ fiacco dal lavoro, hai fatto il tuo allenamento, sei addirittura riuscito a preparare in tempi record la cena e avviato la lavastoviglie – ti fiondi sul divano.

(Tralascerò il capitolo su “cosa guardiamo stasera in tv?”). Penso che questo argomento abbia fatto molti danni anche alle coppie più solide.

Mentre ti appresti a guardare il nuovo film di Ken Loach – perché concedersi una commedia leggera quando puoi constatare come il precariato stia rovinando il mondo? Ecco. (Comunque “Sorry, we missed you, lo consiglio e in generale tutti i film di questo regista). 

Ti cala leggermente la palpebra, ti appisoli in una posizione stranissima e per 30 secondi dormi. Scena rumorosa, ti risvegli bruscamente, fai un check che il tuo partner sia vivo (niente, ha preso anche lui la curva del sonno prima di te) ma tu non demordi e rimani, resisti fino ai titoli di coda.

Il tempo di lavarsi i denti (ATTENZIONE: per le fan della skin care, la faccio prima di cena per evitare lo sbatti di una biuti rùtin di 20 minuti) e mi metto a letto.

E puntualmente, appena appoggi la testa sul cuscino sperando che, come quando avevi sei anni, il cervello, faccia contatto per entrare in punta di piedi nel mondo di Morfeo…niente. Non succede assolutamente niente. 

Ti giri e ti rigiri e non riesci a prendere sonno. Non puoi accedere l’abat-jour perché sennò daresti noia; non puoi utilizzare il cellulare per vedere il punto di saturazione dei tuoi vari carrelli su Mango, Zara e H&M, perché hai deciso di limitare l’uso dei dispositivi prima di andare a letto; non puoi contare le pecore perché quel metodo non ha mai funzionato. 

Allora io ci provo a non lamentarmi, ma i’s a hard life!

Per chi volesse tornare alla tv: Insonnia d’amore, (Sleepless in Seattle) classicone romantico del ’93 con Tom Hanks e Meg Ryan; per non dormire definitivamente Sleepers, drammone del ’96 con un giovane De Niro e un giovanissimo Brad Pitt; Mientras duermes, tradotto in Bed time, thriller spagnolo del 2011 (non so come si faccia ad arrivare in fondo a questo film); e infine l’archivio Disney propone La bella addormentata nel bosco in compagnia con Flora, Fauna e Serenella.