#Maimute: la rassegna di cinema e femminismo di CinematograFica

Di cosa parliamo quando parliamo di femminismo? Di oggettivazione della donna, di disparità salariale, dell’insensatezza (ma anche l’utilità) dei reggiseni? Al cinema La Compagnia sta per arrivare Mai Mute, una rassegna di cinque appuntamenti, un giovedì al mese, per parlare di cinema e femminismi a cura di CinematograFica.

Un breve riassunto per spiegare chi sta dietro CinematograFica. È un’associazione – fondata da Claudia Morini di Tocco, Daniela Colamartini e Simona Castoldi – che usa il cinema come mezzo per parlare di diritti di genere e femminismi e mette sotto i riflettori il tema della disparità di accesso all’industria cinematografica per donne, generi non binari e minoranze e della loro rappresentazione nel mondo dell’audiovisivo. Ho potuto assistere alla nascita del loro progetto e sono davvero felice e orgogliosa di questa rassegna. Detto ciò, da quando le intervistai per Lungarno qui (una zoom call nel pieno del primo lockdown) questa realtà, a quasi due anni dalla sua nascita, è cresciuta, è cambiata, ed è più agguerrita che mai!

Da gennaio a maggio, Mai Mute proporrà al pubblico, attraverso talk e proiezioni, film indipendenti su tematiche di attualità sociale e culturale che si intersecano con il femminismo: dalla transessualità al pionierismo musicale, dal corpo al linguaggio fino allo sport, ogni volta con ospiti diversi, per parlarne con il pubblico in un dialogo aperto.

Si parte giovedì 20 gennaio. Questo primo incontro è dedicato al tema della lotta politica della comunità trans e porterà in sala un documentario dalla sezione Acid di Cannes 2019, “Indianara” di Aude Chevalier-Beaumel e Marcelo Barbosa. La rivoluzionaria Indianara Siqueira lotta per la sopravvivenza delle persone transgender in Brasile. Nel rifugio che lei stessa ha istituito – Casa Nem – sulle strade, alle manifestazioni, è un continuo battersi per i propri ideali, persino a casa con il marito Maurício. Vicina ai cinquanta, attaccata anche dai suoi compagni di partito e sofferente per l’avanzata del totalitarismo, Indianara deve unire le forze per l’ultimo atto di resistenza. Prima della proiezione il talk “Voci contro il sistema: siamo già qua!” sarà dedicato alla comunità trans in Italia con la partecipazione di Kali Swaid attivista, artista nel campo della moda, fotografa di festival e delle portavoci di Casa Marcella, prima casa rifugio in Italia per persone trans, Mia Tarulli e Cinzia Colosimo.

I prossimi appuntamenti saranno: il 24 febbraio (Se ci ascolti non è solo rumore); il 24 marzo (Non sul mio corpo); il 21 aprile (Prendere parola per rifare il mondo) e il 19 maggio (Bravə anche a fischiare).

A completare l’intento femminista al 100%, segnalo che le illustrazioni della rassegna sono state realizzate da Alessandra Marianelli, in arte Luchadora e che durante ogni evento sarà presente il bookshop della casa editrice femminista Le Plurali, che pubblica libri di saggistica e narrativa, esclusivamente d’autrici.

Ora scusate, vado a mettermi il reggiseno perché sì, io sono favorevole a questa antica forma di costrizione patriarcale al corpo femminile. Oggettivamente, non devo stare qui a spiegarvi perché esiste la forza di gravità, no?

Dunque, che siate favorevoli o contrari al bra, spero di vedervi al cinema!

T come time management o l’illusione di saper gestire il proprio tempo.

Iniziamo dicendo che ho un problema. Eh no, non mi riferisco al fatto che molto spesso il mio unico obiettivo sembri quello di accumulare punti fragola dell’Esselunga o sbucciare i pomodori cotti, i chicchi d’uva e principalmente tutta la frutta o gli ortaggi in cui non vi è troppo aderenza tra polpa e pellicina. Sono già una serie di problemi, ma non divaghiamo.

Il mio problema – e forse capita anche a voi, capi di voi stessi – consiste nel time management, ovvero nell’illusione di saper gestire il proprio tempo

Se nel weekend appena passato ero riuscita a battere il record dei 35mila passi (al giorno, brava!) appena rientrata davanti al computer ho iniziato a lavorare a ritmi martellanti, anche di notte, anche a costo di non lavarmi i capelli (violino del Titanic!).

Perché succede tutto ciò? Ansia da prestazione? Incapacità di darsi delle tregue? Perché appena entra qualcosa da fare la faccio subito invece di lasciar decantare? Anticipa a oggi ciò che puoi fare domani? Per cominciare dovremmo riconsiderare il concetto di /ur·gèn·te/. Le cose fatte bene richiedono tempo e non tutto può essere evaso con una pronta soluzione.

Vari articoli in rete suggeriscono approcci e metodi lavorativi sostenibili in termini di uso e consumo del proprio tempo, tipo la tecnica del pomodoro. Un metodo molto interessante che potete leggere e, volendo sperimentare, qui. Io l’ho provata e non mi sono trovata male, ma dovrei essere più costante.

Poi mi sono accorta che la gestione del tempo non riguardava solo il lavoro ma varie sfere della persona. Ho scoperto che non so rilassarmi. Non ho la minima idea di come poter passare un pomeriggio senza sentire il bisogno di dover fare qualcosa. Tenere le mani occupate o spuntare mentalmente le caselle della mia lista di cose da fare. E così mentre guardo una serie tv, intanto scaldo il ferro da stiro; mentre apparecchio la tavola, controllo se mi è arrivata una mail; mentre mi stiro i capelli metto a bollire i broccoli. Quand è che abbiamo iniziato a sovrapporre attività su attività senza dedicare il giusto tempo a ognuna?

Riporto qui di seguito il pensiero di Tlon: “Nella società della performance tutti si guardano intorno e pensano: «Guarda quante cose fanno gli altri e quanto poco faccio io. Quanto loro sono attivi, belli e vivi, rispetto a me che sono passivo, brutto e morto dentro». In realtà, la sensazione di non fare e non essere mai abbastanza è molto più condivisa di quanto si creda: anche i tuoi amici, le persone che idealizzi, persino chi vedi come competitor vive esattamente la stessa situazione, e così si finisce col correre tutti come pazzi verso il nulla per paura di essere dimenticati, esclusi, messi da parte. La società della performance fa sentire costantemente un senso di competitività verso chiunque, e costringe a sentirsi in colpa quando ci si vuole o ci si deve fermare. Alimenta il senso di precarietà, ti porta a vivere una grande esaltazione quando acquisisci consenso e a cadere nello stato opposto nel momento in cui la performance diventa passato. È così che si finisce col sentirsi non più persone ma prodotti da pubblicizzare, perché tutto appare come commercializzabile. In una società così pervasiva, che colonizza qualunque spazio per spingerci a creare “contenuto”, ma che costringe a convivere costantemente con il senso di vuoto, è essenziale creare altre strade, non pensare che questo sia l’unico mondo possibile, basato su un sistema irreversibile“.

Sulla scia della massima “il tempo è denaro” consiglio il rewatch del film “In Time“, un thriller cyberpunk del 2021 con Justin Timberlake, Amanda Seyfried, Cillian Murphy e Olivia Wilde. La storia è ambientata nel 2169, un futuro in cui le persone sono geneticamente programmati per vivere fino all’età di 25 anni (io sarei già fuori di sei anni ma almeno il mio metabolismo sarebbe rimasto ai 25!). Allo scoccare del 25° anno, grazie a un chip inserito nell’avambraccio, ha inizio un conto alla rovescia che permette loro di vivere solo un anno al termine del quale sono destinati a morire. Ciononostante è possibile allungare la propria aspettativa di vita perché il tempo è diventato una vera e propria valuta: i minuti di vita equivalgono a moneta sonante.

Dunque, come torniamo padroni del nostro tempo? Premiamo sul tasto pausa? E se ne abbiamo voglia – poi – ricominciamo con il loop quotidiano.

Le mostre da non perdere a Firenze e dintorni

È tutta una sporca questione di tempo. Sembra ieri che eravamo a scegliere la protezione solare più adatta al nostro fototipo di pelle e oggi – superato l’abisso natalizio dei regali last-minute – ci chiediamo come sia stato possibile. Com’è possibile che sbattiamo le palpebre e facciamo salti temporali senza accorgercene? 

Siccome il tempo deve essere un nostro alleato e non un nemico, il modo più piacevole per ingannarlo è facendo attività culturali. Così magari rallenta un po’ e rallentiamo anche noi. Ecco allora un elenco delle migliori mostre da non perdere a Firenze e dintorni.


“Inside Dalì” a Santo Stefano al Ponte a Firenze

Un’occasione per immergersi nell’universo onirico immaginario di uno dei principali interpreti del surrealismo è “Inside Dalì” la mostra multisensoriale proposta da Crossmedia Group, realizzata nell’interno della chiesa sconsacrata di Santo Stefano al Ponte a Firenze. Tra le chicche, un ambiente dedicato alle 100 illustrazioni realizzate da Dalí per illustrare la Divina Commedia, in occasione del 700° anniversario della morte di Dante Alighieri. 👉 Visitabile fino al 16 gennaio 2022.

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A Palazzo Strozzi “Shine” di Jeff Koons

Già vista da oltre 100mila visitatori il percorso della retrospettiva ospita una selezione delle più celebri opere dell’artista che, dalla metà degli anni Settanta a oggi, ha rivoluzionato il sistema dell’arte internazionale. Lucide, colorate, specchianti e talvolta eccessive, le sculture di Koons hanno la capacità di unire cultura alta e popolare, mixare eleganza e pacchianeria, di esaltare elementi di consumo di massa accostandoli a raffinati riferimenti di storia dell’arte. Protagoniste della rassegna sono opere che raccontano oltre 40 anni di carriera, dalle celebri sculture in metallo che replicano oggetti di lusso, alla re-interpretazione di personaggi della cultura pop fino alla re-invenzione dell’idea di ready-made. 👉 Visitabile fino al 30 gennaio 2022.

Cortile © foto Ela Bialkowska OKNO studio

“I love Lego” al Museo degli Innocenti

Alzi la mano chi non ama i Lego? (forse tranne quando per errore li calpesta a piedi nudi, ahia!). Il Museo degli Innocenti di Firenze ospita una mostra sui leggendari mattoncini colorati che mette d’accordo sia grandi che piccini. All’interno del percorso espositivo si potranno ammirare 7 diorami, riproduzioni di scenari che ritraggono città contemporanee, paesaggi medievali, la conquista dello spazio, l’Antica Roma e persino la Liberazione. Insieme a queste dettagliatissime riproduzioni di edifici e opere architettoniche, due opere site specific a firma di Luca Petraglia di due monumenti iconici della città: la facciata della Basilica di Santa Croce, con una costruzione di circa 30.000 mattoncini, e il Campanile di Giotto del Duomo di Firenze, composta da un totale di 100.000 mattoncini e alta più di 3 metri. Immancabili anche i dipinti rivisitati in versione Lego negli Oli su Tela di Stefano Bolcato e le vignette/installazioni comiche del collettivo LEGOlize – autori nel 2016 dell’omonima pagina. 👉 Visitabile fino al 31 gennaio 2022.

Foto © “I love Lego” – Museo degli Innocenti

Jenny Saville al Museo 900 di Firenze

La figura umana è al centro della ricerca artistica di Jenny Saville, una delle più grandi pittrici viventi e voce di primo piano nel panorama artistico internazionale. Diffuse tra Museo 900, il Salone dei 500 di Palazzo Vecchio, il Museo dell’Opera del Duomo, il Museo degli Innocenti e Casa Buonarroti, le sue opere – in un costante parallelismo tra antico e contemporaneo – si confrontano con i maestri del Rinascimento italiano, in particolare con alcuni grandi capolavori di Michelangelo. Se però il giovane Michelangelo è divenuto il più grande scultore della sua epoca per aver dato vita a una statua monumentale, il David, campione di bellezza maschile secondo la cultura neoplatonica, Jenny Saville, al contrario, ha raggiunto la fama grazie alle enormi raffigurazioni di corpi femminili nudi, ritratti talvolta in posa, talvolta riversi, che esibiscono forme sessuali procaci e che non hanno timore del confronto con la realtà, con la bellezza dell’imperfezione ma che anzi – ne esaltano la fragilità, svelandone la forza. 👉 Visitabile fino al 20 febbraio 2022.

Jenny Saville Firenze, Museo Novecento © foto Sebastiano Pelliondi Persano

“Hi woman” a Palazzo Pretorio di Prato

Hi Woman! La notizia del futuro è la mostra che porta 22 artiste contemporanee internazionali in dialogo con la collezione permanente di Palazzo Pretorio, a Prato. Le creazioni delle artiste si intrecciano alle opere sacre, ricoprendo contemporaneamente il ruolo dell’angelo e della Vergine, portatrici e destinatarie di una rivoluzione astratta, simbolica ma allo stesso tempo profondamente concreta. Approfondite qui. 👉 Visitabile fino al 27 febbraio 2022.

Foto © Ivan D’Alì

Keith Haring a Palazzo Blu a Pisa

Un universo colorato che conosciamo molto bene ma che non finiamo di scoprire. Palazzo Blu di Pisa dedica una retrospettiva all’artista statunitense, universalmente riconosciuto tra i padri della street-art. La mostra presenta per la prima volta in Europa oltre 170 opere, provenienti dalla Nakamura Keith Haring Collection, ripercorrendo l’intera carriera artistica di Haring, dai disegni in metropolitana alle serigrafie. Ve ne avevo parlato qui👉 Visitabile fino al 17 aprile 2022.

© Palazzo Blu, Pisa – Foto © Antonello Tofani.

Le dive di Zeffirelli all’Hotel Savoy

Nella cornice dell’Hotel Savoy, Da Maria Callas a Fanny Ardant, da Cher a Brooke Shields, passando per Carla Fracci, Judy Dench ma anche Anna Magnani, Claudia Cardinale ed Elizabeth Taylor. Sono solo alcune delle dive protagoniste della mostra fotografica “Le dive di Zeffirelli“, che omaggia le indimenticabili star di cinema, teatro e opera che hanno segnato la carriera artistica del grande maestro fiorentino. Maggiori dettagli qui. 👉 Visitabile fino al 18 aprile 2022.

L’universo a colori di “Keith Haring”, a Palazzo Blu di Pisa

Cosa definisce un artista se non il suo testamento creativo?

Appena due giorni prima di morire, troppo debole anche per parlare, prende un pennarello e tenta ripetutamente di disegnare qualcosa, poi finalmente ci riesce: è un bambino radiante. Un neonato che sprigiona energia infinita ricevuta dall’universo; che gattona incessantemente, senza fermarsi mai, verso ogni dove, sfidando ogni pericolo. È l’immagine iconica che lega indissolubilmente l’opera al suo ideatore, Keith Haring, l’artista statunitense, universalmente riconosciuto tra i padri della street-art, al quale Palazzo Blu a Pisa dedica una retrospettiva, fino al 17 aprile 2022.

La mostra presenta per la prima volta in Europa oltre 170 opere, provenienti dalla Nakamura Keith Haring Collection, che si trova nel museo dedicato all’artista, in Giappone e ripercorre l’intera carriera artistica di Haring e l’ampia gamma di tecniche espressive da lui indagate – pittura, disegno, scultura, video, murales, arte pubblica e commerciale – iniziando dai disegni in metropolitana, Subway Drawings, 1981-1983 (gesso bianco/carta/pannelli di legno) che restano tra i suoi lavori più noti e acclamati, fino al portfolio serigrafico dal titolo The Bluprint Drawings, la sua ultima serie su carta che riproduce pure narrazioni visive nate nel 1981, pubblicata nel 1990, un mese prima della sua morte.  

Fu proprio a Pisa che Keith Haring, soggiornò nel 1989, per dipingere su una parete del convento di S. Antonio, il celeberrimo murale ‘Tuttomondo”, monumentale dipinto che occupa una superficie di 180 metri quadri e che negli anni, è divenuto una delle grandi attrazioni della città di Pisa, custode di una delle ultime grandi opere pubbliche dell’artista, visitata ogni anno da migliaia di turisti e appassionati.

Il progetto nacque da un incontro casuale tra l’artista e il giovane studente Piergiorgio Castellani avvenuto a New York nel 1987. Castellani propose ad Haring di realizzare qualcosa di grande in Italia e l’artista accettò, fu così che prese forma il “Keith Haring Italian Project”. 

I lavori vivaci di Haring sono familiari e noti anche a chi non conosce la sua breve parabola artistica perché i suoi omini stilizzati e in movimento, i suoi cuori, i suoi cani e i suoi segni in generale fanno parte del bagaglio di immagini pubbliche e non solo, in tutto il mondo, e sono proprio queste ad averlo reso un simbolo della cultura e dell’arte pop degli anni Ottanta. Spesso si pensa alle sue opere come leggere, ma in realtà Haring si è sempre impegnato a sensibilizzare il pubblico su temi quali l’energia nucleare, gli aspetti negativi dell’era tecnologica, la salvaguardia dell’ambiente, il razzismo dilagante, l’uso delle droghe e la prevenzione contro l’AIDS. Sin dall’inizio della sua carriera Haring trova il modo di fondere ciò che è inequivocabilmente riconosciuto come arte con la vita di tutti i giorni. 

Torniamo dunque alla domanda iniziale: cosa definisce un artista se non il suo lascito al pubblico? Anche dopo la morte di Haring, nel corso degli anni Novanta fino al caos dei nostri giorni, il bambino radiante continua a trasmettere il suo messaggio di gioia e la sua arte rimane immortale.

Info: biglietto intero 12€; ridotto 10€. Sito web: Palazzo Blu

Le vacanze di Natale di un fuorisede

È ormai qualche anno che non passo le vacanze di Natale nel profondo Sud. Allora ripubblico un pezzo old-but-gold uscito a dicembre 2016 sul mensile Lungarno, che mi fa sempre pensare a quante cose possano cambiare di anno in anno. Mi fa tornare in mente pensieri felici. O come si direbbe ora, un pezzo sblocca-ricordo. Spero vi piaccia.

“Quando vai al Sud piangi tre volte. Quando arrivi, quando parti e quando ti pesi”

Non importa quanti anni abbiate o quanto indipendenti vi sentiate. Che siate studenti, business manager, spazzacamini o fashion event organizer, non importa. Se il vostro cognome non finisce in -ini, tutto fa presumere che abbiate origini meridionali. E quindi siete terroni. E anche i terroni hanno diritto alle vacanze di Natale.

Mentre Firenze si prepara ai giorni di festa con lucine a intermittenza che si protendono da ogni attività commerciale; mentre le giornate ti prendono in giro perché entri in ufficio col giorno ed esci che sembra notte e invece sono solo le 5; mentre i bambini scrivono letterine a Babbo Natale (più per farli abituare a illudersi che per ricevere veri e propri regali), ecco io, non sto esattamente facendo il conto alla rovescia cantando “Astro del ciel”. Pianificare le vacanze di Natale con largo anticipo, che a molti potrebbe sembrare una scelta affrettata, è per alcuni miei conterranei regolare sopravvivenza. E con largo intendo iniziare da fine agosto, primi di settembre. Non facendo parte della categoria degli arguti che acquistano prima e con molta self-confidence, prendo il biglietto più caro della storia per trattenermi pochissimi giorni in compagnia dei miei parenti. Poi però, metto da parte i cattivi pensieri come prendere le ferie, la noia del viaggio, quanti chili prenderò durante il periodo di festa e mi concentro solo sulle cose belle che troverò al mio rientro in patria.

“Ciao Bionda!” – mio nonno che mi saluta e che mi trova bella nonostante io ingrassi perché quando c’era la guerra erano tutti magri e brutti; zia Maria (tutti al Sud hanno una zia Maria) che prepara dolci di incalcolabili proprietà caloriche; il mio cane che mi fa le feste; le tombolate con amici e parenti dove copri le cartelle con le bucce dei mandarini perché siamo decisamente tanti; i tentativi inefficaci di mia nonna di insegnarmi a giocare a scala 40; papà (e non babbo, attenzione!) che porta la legna in casa, il sorriso di mamma che è felice come solo una Penelope al rientro di Ulisse potrebbe essere, l’odore di agrumi bruciati sui fornelli, un pizzico di cannella nell’aria, le luci kitsch comprate dai cinesi – perché in fondo siamo sempre terroni – e ultimo ma non meno importante il calore dello scaldaletto. Ed è bello, ed è casa.

“Le dive di Zeffirelli” in una mostra fotografica all’hotel Savoy

Da Maria Callas a Fanny Ardant, da Cher a Brooke Shields, passando per Carla Fracci, Judy Dench ma anche Anna Magnani, Claudia Cardinale ed Elizabeth Taylor. Sono solo alcune delle dive protagoniste della mostra fotografica “Le dive di Zeffirelli“, che omaggia le indimenticabili star di cinema, teatro e opera che hanno segnato la carriera artistica del grande maestro fiorentino, visitabile all’Hotel Savoy fino al 18 aprile 2022.

Forti, magnetiche e rigorosamente in bianco e nero. Con una selezione di iconiche fotografie dell’archivio Zeffirelli, l’ esposizione omaggia alcune tra le più famose star italiane e internazionali con cui il regista ha lavorato nel corso della sua carriera artistica, ritratte tra il 1958 e il 2009.

Il percorso parte dalla lobby dell’hotel fino al salotto lounge e si snoda fino al ristorante Irene, per concludersi nella suite presidenziale, dove troviamo il più grande amore artistico di Franco Zeffirelli, Maria Callas, ritratta in foto insieme al regista e, in due fotografie prese dal set de “La Traviata” (1958) e della “Tosca” (1964).

A inaugurare la mostra come Madrina all’Hotel Savoy di Firenze è stata Fanny Ardant, in nome dell’amicizia che la legava a Zeffirelli. L’attrice francese è stata l’indimenticabile protagonista dell’ultimo lungometraggio cinematografico, Callas Forever, il film tributo del 2002 dedicato a Maria Callas che racconta gli ultimi tre mesi di vita della più straordinaria cantante lirica di tutti i tempi. “Ho amato Franco Zeffirelli da quando l’ho incontrato. Mi ha fatto vivere una delle mie più grandi avventure artistiche. Callas Forever è il film di cui vado più fiera e per me rimane un modello per i film biografici” – ha dichiarato la Ardant.

Questa mostra tematica si propone come un invito a riscoprire l’intera collezione Zeffirelli con il suo Museo, l’Archivio e la Biblioteca personale del Maestro, collocati all’interno del Complesso seicentesco di San Firenze. Un luogo nato nel 2017 per volere dello stesso Zeffirelli e che ospita oltre 250 sue opere tra bozzetti di scena, disegni e figurini di costumi: l’inestimabile patrimonio artistico e culturale di una carriera lunga quasi 70 anni.

Info: la mostra sarà aperta ai clienti che soggiornano all’Hotel Savoy e al pubblico. Contatti: Hotel Savoy Firenze e telefonando allo 055-2735836.

22 artiste per Hi Woman! la mostra a Palazzo Pretorio di Prato

Un pigro orso ricoperto da piume di pulcino; lo scheletro bruciato di un ponte simbolo di connessione fra il divino e il reale; un video che mostra il rito di passaggio del kyūdō giapponese. Cos’hanno in comune queste opere? Sono tutti messaggi, piccole-grandi annunciazioni pop, che fanno parte di Hi Woman! La notizia del futuro, la mostra che fino al 27 febbraio propone le 22 artiste contemporanee internazionali in dialogo con la collezione permanente di Palazzo Pretorio, a Prato.

Come spiega il curatore Francesco Bonami: Questa mostra è la trasformazione Pop del saluto dell’angelo Gabriele a Maria proiettato nella contemporaneità e si guarda bene dal voler essere una mostra sulla donna, sul femminismo o politicamente corretta. Le vedute delle 22 artiste coinvolte sono tutte di natura diversa, la loro arte tutta coniugata in modi diversi e non necessariamente femminili. Essere artista è esattamente la condizione opposta a quella della Madonna. È una scelta, non un’imposizione. Non arriva un angelo che senza convenevoli dice “Hey tu, da domani sarai un artista.”

Calate in un contesto solenne come può essere quello di Palazzo Pretorio, da sempre custode di meravigliose annunciazioni (che vanno dalla metà del ‘300 a fine ‘800) le opere delle 22 artiste si intrecciano alle opere sacre, ricoprendo contemporaneamente il ruolo dell’angelo e della Vergine, portatrici e destinatarie di una rivoluzione astratta, simbolica ma allo stesso tempo profondamente concreta.

Al contrario della vergine Maria, che è stata messa con le spalle al muro (vedi l’uomo che impone la sua decisione senza possibilità di contraddittorio e la donna che viene beatificata con il dono della creazione ma privata della sua libertà di scelta) le opere d’arte in mostra dimostrano che però libertà e creazione possono convivere assieme alla libertà di scegliere chi essere e come espimersi nel mondo.

Ecco allora che attraverso la pittura, la scultura, il video e il suono le artiste ci annunciano in messaggi diversi, misteri lontani e realtà vicine, ognuna con un lavoro potente e significativo capace di sostenere il confronto con i maestri dell’antichità della collezione permanente del museo pratese, trovando a volte una sintonia, a volte creando cortocircuiti potenti e carichi di stimoli per il pubblico. 

Con questa mostra ancora una volta il Museo di Palazzo Pretorio si interroga sul tema del dialogo tra i molti contemporanei possibili, tra passato e presente” spiega Rita Iacopino, direttrice del Museo di Palazzo Pretorio.  

Nel percorso, che si snoda sui tre piani del palazzo, sarà possibile vedere le opere di: Huma Bhabha, Irma Blank, Koo Donghee,  Marlene Dumas,  Isa Genzken,  Jessie Homer French, Roni Horn,  Jutta Koether, Andrew LaMar Hopkins,  Maria Lassnig,  Babette Mangolte,  Lucy McKenzie,  Aleksandra Mir, Susan Philipsz, Paola Pivi, Maja Ruznic,  Jenny Saville,  Fiona Tan,  Genesis Tramaine, Andra Ursuta, Marianne Vitale, Lynette Yiadom-Boakye, ciascuna con una propria annunciazione da rivelare.

Info: visitabile fino al 27 febbraio 2022. Biglietto museo e mostra  8 € intero, 6 € ridotto. Tra le iniziative speciali per tutto il periodo della mostra il Museo di Palazzo Pretorio e il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci offriranno l’ingresso ridotto ad uno dei due musei, presentando il biglietto della prima mostra visitata. Sito: www.palazzopretorio.prato.it

È solo una pacca sul culo.

Sputarsi sul palmo della mano e dare una fragorosa pacca sul culo a una persona che sta facendo il suo lavoro. “Un gesto di goliardia” lo ha definito, scusandosi, il molestatore che sabato 27 novembre, a conclusione della partita Empoli-Fiorentina è stato il protagonista di questo spiacevole evento.

D’altronde, come si può biasimare un tifoso che – troppo triste per la sconfitta della sua squadra del cuore, per alleggerirne il peso – decida di marchiare, come si fa con gli animali, una giornalista che sta semplicemente svolgendo il proprio lavoro?

“Goliardico” è l’aggettivo che ha ripetuto più volte. Ma sfido chiunque a trovare la sfumatura goliardica del gesto. Non la vede nessuno. E sapete perché? Perché non esiste. L’italiano è una lingua talmente ricca di aggettivi, e io avrei piuttosto usato vomitevole per definire tale atto. 

Sapete che c’è? C’è che sono davvero stanca di essere immersa in un clima culturale così gretto e limitato. Stanca dell’ignoranza, dell’indifferenza, di doverci confrontare ogni giorno con episodi da Far West. Di incassare perché situazioni del genere vengono continuamente occultate, taciute, minimizzate.

Suona davvero paradossale poi, soprattutto dopo dozzine di articoli, iniziative, riflessioni contro la violenza sulle donne che torni quel fingere di non vedere, nascondere la polvere sotto il tappeto. 

Greta Beccaglia (la giornalista che ha subìto la violenza in diretta) ha dichiarato di essere stata fortunata nella sfortuna perché ciò che le è successo è avvenuto a riflettori accesi e sotto gli occhi di tutti. Ma sappiamo benissimo che cose del genere accadono a molte donne nel quotidiano, a telecamere spente, e perciò ignorate.

Non è di principi azzurri che giungano in nostro soccorso ciò di cui abbiamo bisogno. È il senso critico ciò di cui abbiamo bisogno. Non di encefalogrammi piatti. Perché la violenza contro le donne (in qualsiasi forma, sia essa psicologica che fisica) è prima di tutto un problema culturale e sociale. Le scuse lasciano il tempo che trovano.

E comunque vile, offensivo, grave, irrispettoso, intollerabile, incommentabile, ingiustificabile e schifoso.  Sono ben otto aggettivi che avrei usato al posto di goliardico. 

Ma in fondo cosa vuoi che sia? È solo una pacca sul culo.