5 mostre da vedere a Firenze e dintorni

Per la serie l’agendina di Lamentina, ecco un piccolo elenco delle mostre più interessanti nel panorama fiorentino e dintorni.

Al Forte di Belvedere, “Ieri, oggi, domani. Italia autoritratto allo specchio”

Per l’estate 2021 il Forte di Belvedere punta sulla fotografia con un progetto dal titolo evocativo e attuale: “Ieri, oggi, domani. Italia autoritratto allo specchio” ideato dal Museo del ‘900, che racchiude due mostre fotografiche visitabili gratuitamente.

La prima è “Italiae. Dagli Alinari ai maestri della fotografia contemporanea” , una storia d’ archivio della migliore fotografia italiana dedicata al nostro Paese, dalle foto storiche di Alinari alle nuove produzioni contemporanee. Italie è lo specchio di un’Italia “plurale”, su cui nel tempo si è posato lo sguardo di fotografi diversissimi per tono, tecnica e stile, attenti a restituire le identità mobili e complesse del Paese, le sue tradizioni così come le sue più sottili linee di evoluzione.

La seconda è “Pienovuoto”, che vede coinvolto il fotografo Massimo Vitali, noto per i suoi scatti ‘metafisici’. Le foto in mostra sono un ritratto della nostra società contemporanea tra solitudini, moltitudini, spazi pieni, assembramenti e spazi vuoti, dove la natura o le città sembrano aver isolato pochi sopravvissuti nel mezzo di architetture e paesaggi grandiosi, che dominano ancora incontrastati la vita.

Info: fino al 10 ottobre a ingresso gratuito – Muse Firenze.

A Palazzo Strozzi, “American Art 1961-2001”. Le collezioni del Walker Art Center

Da Andy Warhol a Mark Rothko, da Roy Lichtenstein a Robert Mapplethorpe passando per Kara Walker, e non solo. Fino al 29 agosto Palazzo Strozzi in collaborazione il Walker Art Center di Minneapolis, ospita American Art 1961-2001, che celebra l’arte moderna degli Stati Uniti d’America attraverso 80 opere.

Una narrazione che testimonia la poliedrica produzione artistica americana tra pittura, fotografia, video, scultura e installazioni, proponendo una inedita rilettura di quarant’anni di storia e affrontando tematiche come lo sviluppo della società dei consumi, la contaminazione tra le arti, il femminismo, le lotte per i diritti civili. Un meltin’ pot di culture, tradizioni e identità diverse, raccolto tra due momenti storici decisivi: l’inizio della Guerra del Vietnam e l’attacco dell’11 settembre 2001. Dalla Pop Art al Minimalismo, dalla Conceptual Art alla Pictures Generation fino alle più recenti ricerche degli anni Novanta e Duemila.

Info: fino al 29 agosto, prezzo 15€ – Fondazione Palazzo Strozzi.

Al Gucci Garden “Archetypes”

Scorci di moderne metropoli intervallate a giardini incantati e paesaggi intergalattici, la Parigi del ’68, le luci caotiche di Tokyo e ancora…ballerini, pop star, giovani sognatori e cavalli in sosta all’autolavaggio. All’interno del Gucci Garden di Firenze nasce il giardino degli archetipi, uno spazio espositivo multi-sensoriale che esplora le campagne Gucci degli ultimi sei anni.

Un’immersione nella caleidoscopica estetica di Alessandro Michele e del suo manifesto creativo in cui ciascuna delle campagne rappresenta un momento unico e irripetibile – un archetipo appunto – fonte e alimento del dibattito su temi universali. Un viaggio nel tempo e fuori dal tempo, in occasione del centenario della Maison, che approda laddove tutto è iniziato, a Firenze. Esuberante, eccessiva? La mostra fruga fra le molteplici ispirazioni del mondo della musica, dell’arte, del viaggio e della cultura popolare che echeggiano nelle campagne della storica casa di moda. Da vedere.

Info: Gucci.

Al Museo degli Innocenti la mostra fotografica “disConnessi”

Come sono percepite oggi le amicizie, la fragilità e i sogni in una realtà costantemente mediata da smartphone, tablet e pc? Come considerano gli adolescenti la propria immagine restituita dai selfie? Il rapporto tra giovani e le nuove tecnologie è il cuore del progetto fotografico “disConnessi”, promosso dall’istituto degli Innocenti in collaborazione con la Fondazione Studio Marangoni di Firenze.

Allestita nel Salone Borghini del Museo degli Innocenti, la mostra è il risultato finale di un progetto avviato con la realizzazione di un workshop internazionale tenuto dall’artista olandese Raimond Wouda, che da anni lavora sul tema degli adolescenti, a cui si affiancano le immagini di cinque giovani fotografi professionisti (Michelle Davis, Sara Esposito, Giacomo Infantino, Alisa Martynova e Anita Scianò). La mostra pone il focus su un tema di stringente e crescente attualità su cui l’Istituto degli Innocenti lavora da tempo, portando avanti diverse iniziative per promuovere l’utilizzo consapevole della Rete e delle nuove tecnologie da parte di bambini e ragazzi.

Info: fino al 17 luglio, prezzo 8€ – Istituto degli Innocenti.

Al Centro Pecci di Prato, “Chiara Fumai. Poems I will never release 2007–2017”

A tre anni dalla prematura scomparsa dell’artista, il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato dedica a Chiara Fumai la retrospettiva “Poems I Will Never Release”. La mostra è parte di un ampio progetto che mette insieme diverse istituzioni europee con lo scopo di rivisitare il lavoro dell’artista, preservarne il lascito e trasmetterlo a un vasto pubblico, svolgendo così un ruolo decisivo nell’esplorazione di una personalità creativa che ha fortemente contribuito allo sviluppo dei linguaggi della performance e dell’estetica femminista del XXI secolo. La mostra restituisce quello che l’artista amava chiamare il suo “slavoro”, una produzione multiforme che va ben oltre la pratica performativa, per la quale è più nota, e che comprende video, collage, installazioni, wall painting.

Info: fino al 3 ottobre, ingresso 8€ – Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci.

Micro obiettivi, grandi risultati a piccoli passi 

La costante dell’ultimo anno è stata prefiggermi dei micro obiettivi. Ho scoperto che quando ridimensiono le aspettative mi accorgo di essere più felice dei risultati, e poi chi è che decide se un obiettivo è micro o macro? Siamo noi stessi ad auto misurare i nostri progressi e sono convinta che si possano raggiungere grandi risultati anche a piccoli passi, con micro obiettivi.

Dunque, l’obiettivo più gettonato (che scattò subito dopo che aprirono le gabbie, maggio 2020) fu cercare di percorrere 10mila passi al giorno.

Sembra una banalità ma per chi svolge attività lavorativa sedentaria, più di 7-8 ore al giorno davanti a un computer, fare 10mila passi corrisponde a circa 6.5 km e a circa un’ora di attività motoria (lieve cardio niente di che, eh!) ma incide positivamente su mente e corpo. Complici le innumerevoli app conta passi a disposizione di tutti, ho calcolato di avere una buona media giornaliera (circa 9000). Non è tanto, non è poco ma è un momento di pausa dai pixel e dal pesaculismo di riflesso, che mi concedo ogni giorno.

Cuffie, podcast, musica e chiamate itineranti mi fanno compagnia e contribuiscono a restituirmi un ritaglio di benessere non solo fisico. Che ci sia la pioggia, il sole, il vento o al contrario – anche quando manca la voglia – prendo, esco e cammino. Cammino e cammino. E penso. E osservo. Ma poi mi chiedo: “cosa sto facendo, verso dove sto andando? A quali altri obiettivi e sfide posso sottopormi?”

Nell’ordine, da inizio anno, ho cercato di:

  • Guardare tutti i candidati a miglior film agli Oscar 2021:

Nomadland, di Chloé Zhao su Disney+

Mank, di David Fincher su Netflix

Minari, di Lee Isaac Chung su Sky

Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin su Netflix

Sound of Metal, di Darius Marder su Amazon Prime Video

The Father – Nulla è come sembra di Florian Zeller

Una donna promettente (Promising Young Woman) di Emerald Fennell

Judas and the Black Messiah, regia di Shaka King

“Sound of Metal” e “Minari” mi sono piaciuti moltissimo e sono curiosa di vedere gli ultimi tre, magari in sala o in qualche arena estiva all’aperto.

  • Guardare tutti i candidati a miglior film ai David di Donatello. A parte aver adorato il discorso della giovanissima figlia di Mattia Torre, Emma, ho apprezzato anche quello fatto da Micaela Ramazzotti sul mestiere dei montatori. Di seguito i candidati:

Volevo nascondermi, regia di Giorgio Diritti

Favolacce, dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo 

Hammamet, di Gianni Amelio (fu il mio ultimo film visto al cinema prima delle chiusure…!)

Le sorelle Macaluso, di Emma Dante 

Miss Marx, di Susanna Nicchiarelli, finora il mio preferito! 

  • Leggere i finalisti della cinquina del Premio Strega. Dico la cinquina finalista perché ho un’estrema lentezza nel leggere. I candidati di quest’anno Emanuele TreviDue Vite (Neri Pozza); Edith BruckIl pane perduto (La Nave di Teseo); Donatella Di PietrantonioBorgo sud (Einaudi); Giulia CaminitoL’acqua del lago non è mai dolce (Bompiani) e Andrea BajaniIl libro delle case (Feltrinelli). A tal proposito vi consiglio un’interessante articolo uscito su Rivista Studio a cura di Francesco Longo. “Gli scrittori della Cinquina mostrano che forse esiste ancora la possibilità di percorrere in solitaria la propria strada letteraria. Senza ascoltare nessuno, senza cordate di amici e di like, senza gruppi di fan scatenati. Sembra possa essere possibile scrivere vivendo defilati (almeno dagli schermi). Ci si può chiedere se ciò sia valido solo per scrittori che si sono affermati prima dell’arrivo dei social o se questa discrezione sia ancora possibile anche per i più giovani. Di certo, la percezione degli scrittori che si ha frequentando molto i social network è deformata e non rispetta la realtà. E di certo, le bolle sono meravigliose, fanno sognare mentre volano, ma sono destinate a scoppiare al primo soffio di vento“.
  • Tenere pulita almeno la casella mail di lavoro, poiché con quella delle newsletter per le cazzate è impossibile stare al passo. Qui un’app per per disiscriversi al volo dalle mailling list indesiderate. 
  • Staccare dai social il più possibile, almeno un giorno a settimana.
  • Comprare fiori freschi più spesso. Ho scoperto di amare peonie e garofani. 
  • Scrivere di più sul blog.

E voi? Che micro obiettivi vi siete dati? Sentite di riuscite a raggiungerli o almeno vi impegnerete nel farlo? Non siate timidi e condividete con me , che sono la maître chocolatier de l’inconfort (maestra cioccolatiera del disagio). Detto in francese è mille volte più figo.

Alla prossima.

5 newsletter di cui non potrete più fare a meno

Mensili, settimanali, addirittura giornaliere. Togliendo quelle di lavoro, tralasciando quelle ispirazionali, ignorando quelle delle compagnie aeree sui viaggi che non faremo presto, a quante newsletter siete iscritti? Ma di quante potreste fare a meno, senza che vi cambi molto?

Molto spesso le newsletter vengono associate a qualcosa troppo invasivo, traducibili in tentativi di vendita di un prodotto. Nel corso del tempo, ho imparato ad attivare le notifiche push della mia casella mail, solo per contenuti che voglio realmente ricevere, senza farmi bombardare da messaggi esclusivamente commerciali. Negli ultimi tempi poi, questo strumento (che io personalmente adoro) è stato rivalutato a favore di una comunicazione più attenta al contenuto che alla sua confezione. 

Quindi bye bye call to action tutte uguali, e benvenute mail curate, approfondimenti verticali su tematiche attuali, ma anche meno attuali. Le newsletter come veicolo di contenuti, passaparola di idee, iniziative, proposte e perché no, anche offerte di lavoro. Qui una piccola classifica, tra le 5 newsletter a me care, delle quali non potrete più fare a meno.

Moda – La moda il sabato mattina

Federica Salto, giornalista che scrive sia sul settimanale IoDonna che su Rivista Studio ogni sabato mattina dà appuntamento con un occhio attento, informato e mai snob sul mondo della moda e tutto ciò che ruota intorno a esso. La sua newsletter prova a fare ordine tra i contenuti più interessanti della settimana con notizie e commenti, ma anche con spunti di cose da guardare, da ascoltare e…da comprare! Ho avuto modo seguirla quasi sin dagli esordi del lancio della newsletter e ora sono felice di vedere che abbia raggiunto delle belle vette.  Puoi iscriverti qui —> https://mailchi.mp/82d6a201793d/archiviolamodailsabatomattina

Scrittura – Lavori per chi scrive

Questa è una newsletter alla quale tengo molto perché raccoglie opportunità *pagate* per chi scrive di mestiere o vorrebbe farlo. Uno dei valori più importanti da trasmettere è quello della condivisione e quindi…godetevela! Cristiana Bedei, l’ideatrice della newsletter è una giornalista, traduttrice e consulente di comunicazione freelance che, dopo anni di studio e lavoro a Londra, è tornata a vivere in Toscana, dove continua a lavorare da remoto con clienti da tutto il mondo. La sua newsletter arriva ogni domenica mattina, deliziosa come ogni colazione a letto che si rispetti. Qui il link per iscriversi —> http://tinyletter.com/Lavori_Scrivere

Attualità – Il social club del lunedì

Non è una vera e propria newsletter ma un appuntamento settimanale su carta e online di cui non mi perdo mai una puntata, lo ammetto. Dal premier Draghi all’uso improprio di TikTok fino alla disparità di retribuzioni tra uomini e donne: si parla di questo e molto altro – alternando ironia e colpi di frusta in chiave 4.0 – nel #socialclub a cura di Maddalena Messeri, ogni lunedì su Leggo.it su tematiche attuali. Maddalena si occupa di comunicazione digitale e produzione di contenuti. Come ama definirsi lei: 30 anni, una vespa, un cane e una penna stilografica con cui scrive tutti i giorni dai tempi del liceo. Questo è il suo profilo IG per seguirla: www.instagram.com/maddalenamesseri/

Cibo – Casalinghitudine

Simona Santelli ha ideato un piccolo progetto editoriale sotto forma di newsletter che tratta uno dei temi lei più cari: ovvero il cibo e il rapporto con esso. In ogni newsletter c’è una breve storia e una ricetta, un invito a un workshop di cucina, senza tralasciare il piacere di condividere e raccontare passioni. Casalinghitudine parla di spazi privati, modernità a ritmo lento e tanti, tanti carboidrati (la mia parte preferita!). Se vuoi iscriverti a Casalinghitudine, questo è il form —> https://simonasantelli.it/casalinghitudine

Musica – Quisquilie by Kermit

Una caccia al tesoro per appassionati di playlist, musica croccante e frivolezze: ecco come Valentina Cesarini alias Kermit definisce la sua newsletter. Dentro ci si può trovare di tutto, dalle sirene di Omero a quelle di Cher. Tutte puntualmente corredate da delle playlist musicali a tema.Per iscriversi basta cliccare qui —> https://tinyletter.com/kermit

Queste sono solo alcune delle mie preferite (tutte realizzate da donne. Sarà un caso?!) Ma ne ho anche molte altre (anche scritte da uomini, eh) divise per tematica: dal giornalismo al cinema, dal social marketing alle serie tv fino al cibo, cibo e ancora cibo. E voi? A quali newsletter non potreste rinunciare? 

Con affetto,

Lamentina

A.A.A Social Media Manager cercasi

Dling. È il suono della mia casella mail che mi avvisa che su Linkedin stanno cercando un social media manager. E ogni volta che vedo offerte di lavoro del genere “Cercasi social media manager”, immagino che lo stiano sostituendo perché è morto seppellito dalle notifiche; con il tunnel carpale infiammato a causa delle troppe stories su Instagram; o addirittura in preda a un attacco di confusione mentale per via della moltitudine di tone of voice imbastiti per clienti così diversi tra di loro, che nemmeno le 23 personalità in Split di Shyamalan.

La risorsa – prosegue l’annuncio – dovrà occuparsi della creazione, gestione e pianificazione dei piani editoriali (in gergo PED) e dei contenuti su tutti i social media dell’azienda. E fin qui tutto in regola. Dovrà conoscere bene l’italiano, l’inglese ma volendo anche il francese, lo spagnolo, il tedesco, e all’occorrenza avere capacità di utilizzo di Adobe Photoshop, Adobe Illustrator, Première, AutoCAD, fare il cubo di Rubik e se sa anche cucinare lo mandiamo pure a Masterchef.

Mi stupisco e rimango sempre più basita degli annunci che circolano in rete. Soprattutto quando leggo cerchiamo personale giovane e dinamico o neolaureato, che però abbia già almeno 3 anni di esperienza del settore. In che senso neolaureato ma con esperienza? Paradosso.

In un mondo in cui la comunicazione digitale è sempre più preponderante, è chiaro che le persone vogliano affidarsi a gente qualificata, con un minimo di esperienza nel settore e non agli ultimi arrivati o al cugino di secondo grado di turno, disposto a fare esperienza, magari anche gratuitamente. Ma sono anche consapevole che c’è gente che vorrebbe sì, una presenza in rete per aumentare la visibilità o sfruttare le potenzialità dei social, che però non è disposta a investire in termini economici. Un lavoro richiesto seppur sottovalutato da tutti. Ma allora come si fa?

Fare il social media manager non vuol dire solo fare due storie, come la maggior parte delle persone crede che sia. È avere una visione d’insieme, ma anche saper rispondere agli utenti che sempre di più stanno perdendo il senso dell’interazione, dietro gli schermi. Vedono una foto con il prodotto e chiedono. Prezzo? Vedono il post su un evento. Orario? Nessun preambolo introduttivo, nessun ciao, buongiorno, buonasera di riguardo. Tutti a scrivere freneticamente. Tutti affamati di risposte, tutti schiavi del subito. Tanto siamo dei bot abituati a rispondere a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Il social media manager non ha una creatività a comando. “La richiesta continua e spasmodica di nuove idee e di creatività istantanea, arriva a esaurire il social media manager, e può anche renderlo non performante e demotivato sul lungo periodo”. Come spiega bene l’articolo di Mashable, che potete recuperare qui.

Il social media manager non fa customer service. Può supportare attraverso i social qualche richiesta ma non può evadere tutto attraverso social o telefono.

Il social media manager non è un grafico. Quindi dovrà potersi confrontare con un reparto di grafica qualora servisse materiale visivo.

E infine, incredibile ma il social media manager non è uno psicologo. Non vi danno il bonus babysitter? E noi cosa possiamo farci? Non ci si può confidare su temi off topic e che non riguardano le strategie di lavoro.

Ai colleghi e alle colleghe, chiedo: vi capita di ricevere più notifiche ora di quando andavate in gita e vostra madre aveva gli sms illimitati? Ecco, la sensazione è un po’ quella. Vivere in un limbo di immotivata iper-reperibilità. Le richieste su Whatsapp (qui si apre una voragine che è meglio non aprire) i lavori last minute e d’urgenza (ma se volevo lavorare d’urgenza andavo al pronto soccorso, no?); l’ennesima diretta Facebook di venerdì sera; puoi sostituire l’# che non mi sembra tanto in linea con il profilo; e dico una stronzata, la faresti un po’ più blu?

Ci sono però anche i risvolti positivi di un lavoro sempre diverso e dinamico. Quando qualcuno fa i complimenti diretti su un social che gestisco, sorrido tra me e me. È un traguardo del quale gioire nel mio piccolo, ma che porta a una gratificazione più estesa.

Detto questo, come in tutti i lavori, esistono eccezioni e sfumature e non un’unica verità. Io credo alle figure di social media manager seri, invisibili, che non hanno bisogno di stare al centro dell’attenzione, di apparire, di rimarcare che ci sono loro dietro grandi profili aziendali, anzi.

Se alla domanda “credi nell’esistenza dei social media manager?” rispondete: “certo, è per questo che lo faccio fare a mio cugino dato che è bravo con Facebook” – sappiate che un social media manager morirà, proprio come la fatina che interpreta Julia Roberts in Hook – Capitan Uncino.

Non fate morire i social media manager. Parliamone, ma insieme!

10 idee regalo per San Valentino (e non solo)

Ieri era Natale, oggi è San Valentino e domani sarà Pasqua. Il tempo ci sfugge di mano. E cosa possiamo fare per controllarlo, se non coccolarci acquistando? Il capitalismo ha rubato la mia verginità dai tempi di Myspace, quindi mettetevi l’anima in pace, poiché se siete atterrati su questo lamentoso profilo, dovrete sorbirvi le mie lamentele!

C’è però un giorno dell’anno in cui mi lamento meno del solito e guess what?! È proprio San Valentino, il mio onomastico. Ma è anche una festa nazionale, ma che dico, mondiale! E da buona terrunciella quale sono lo festeggio alla grande, infondendo buonumore e Baci Perugina a chiunque mi capiti a tiro. Lo facevo alle medie e nessuno mi impedirà di farlo adesso. Per i cinici e gli ammazza-entusiasmo, lasciateci, quella è la porta! 

Ma procediamo con ordine. Abbiamo tirato in ballo la crisi economica e la depressione dovuta al fatto di stare chiusi in gabbia, che ci spinge spasmodicamente al consumismo sfrenato. Ecco dunque qualche consiglio non richiesto per fare del bene agli altri e a se stessi, facendo girare anche l’economia. Siamo forse material girls? Sì. Ce ne importa qualcosa al momento? Nein! Vige la regola del #volemosebene.

Cioccolatini per sempre

Innanzitutto vorrei precisare che i cioccolatini non sono una scelta banale bensì tipica e salva-regalo. Io li apprezzo sempre, meglio se fondenti, morbidi e accompagnati da un buon caffè. Il classicone Perugina lo conoscete già. Che meraviglia queste vecchie pubblicità.

Autoregali poetici e profumati

Un mazzolino è un progetto nato essenzialmente per dare conforto alla sua creatrice, la designer Caterina. Per realizzarlo le è bastato semplicemente pensare alle cose più confortevoli e consolatorie per tirarsi su: sua nonna, le piante e l’amore per il disegno. Ecco che prende forma l’dea di un pacchetto che contenesse un fazzoletto di stoffa stampato con una sua illustrazione e profumato con una cartina d’Armenia, una stampa linoleografica dal ricordo vittoriano  (così come il claim “sincerely thine”) e un mazzolino di fiori secchi sempre diverso e personalmente raccolto da lei.  Le ordinazioni per San Valentino sono terminate ma credo che questo genere di regalo si possa scegliere tutto l’anno, vero? Io la adoro, la trovate qui.

All you need is lingerie

Vi giuro che se acquistate una sottoveste Pink Memories diventerete alte, magre e bionde. Vestono benissimo (ve lo dice una alta 1.60) e si possono abbinare a una scarpa ginnica per la combo sporty-chic. Esclusivamente su quelle rosse in viscosa o in velluto, con il codice lamentina30 avrete il 30% di sconto, qui.

Flower power

Con il rischio di ripetermi, vedi al consiglio numero 1, anche i fiori sono sempre graditi in qualsiasi periodo dell’anno e occasione. Per i miei omaggi floreali uso spessissimo Colvin, un bouquet di fiori a domicilio che arriva in circa 24h. Qui trovate le collezioni dedicate a San Valentino. Se invece volete lasciar sbocciare la vostra immaginazione, potrete regalare un bouquet di LEGO, che dopo aver annunciato la produzione della linea “botanical” promette che sarà un mazzo che non appassirà mai. Maddai?? Disponibile qui.

***Quindi, cascate di fiori e quintali di cioccolatini (per marito in lettura, prendere nota!)***

Colletti-mania

L’ormai rodato profilo vintage Revie_2h ha sperimentato una capsule collection in collaborazione con la Atelier Bianca. Con un tocco di romanticismo (e di adorazione nei confronti di Sailoor Moon, aggiungo io) ecco così che nascono i colletti di BiancaXRevie, tutti realizzati con avanzi di stoffa delle creazioni sartoriali. Pezzi unici e zero sprechi.  Belli non solo per San Valentino, li trovate qui.

In amor vince chi…corre


Un’idea originale per San Valentino potrebbe essere partecipare alla corsa virtuale organizzata dalla Fondazione Meyer. Da fare in coppia con chi ami, compiendo un gesto di solidarietà e di amore per i bambini. Dunque ben vengano innamorati, amici del cuore, genitori e figli, nonni e nipoti, fratelli e sorelle, basta avere un buon paio di scarpe nella giornata dell’amore. Insieme bisognerà correre 9 chilometri totali (4,5 chilometri a testa), nel luogo e nell’ora che preferite. #Runformeyer unisce corsa e solidarietà per l’Ospedale Meyer. Ѐ un gioco da grandi per far giocare i bambini ricoverati. Qui il link per iscriversi.

I manifesti della Discoteca Italiana

Avvicinarsi fino a sfiorarsi, ma senza mai raggiungersi. Così naturale e così drammaticamente difficile è rimanere in bilico: Amarsi un po’…”. Da Lucio Battisti a Ornella Vanoni, passando per Luigi Tenco fino all’intramontabile Mina. Se volete fare colpo sulla fidanzata/amante/amicaconbenefici che magari sta anche arredando casa, questo è un imperdibile 2×1. Li trovate qui.

Per i nostalgici della corrispondenza tra i banchi di scuola

Il brand Bagni Luisa, ideato dalla magica Luisa Bertoldo, ha creato “i Bigliettini” x Pineider una speciale edizione di carte da lettera che ricorda i giochi e le frasi che ci si scambiava da ragazzi sotto i banchi. Domande a risposta multipla, SI-NO-FORSE da recapitare a chi ci sta a cuore Ps: è obbligatorio rispondere! Disponibili qui.

Le carte che ti ricordano chi vuoi diventare

Come si diventa la versione migliore di se stessi? A questa domanda ha cercato di rispondere Sheila Salvato, autrice del Personal Branding Kit, un set di 36 carte parlanti per costruire una strategia di crescita e portarti tutta la fortuna che serve per farcela. A chi si rivolge? A liberi professionisti, imprenditori e manager, ma anche giovani studenti, disoccupati o freelance che hanno in mente un progetto ma che non sanno ancora bene da che parte iniziare. Il Personal Branding Kit si rivolge a tutti coloro che pensano che il pensiero creativo possa reinventare il loro modo di lavorare, perché…anche amare se stessi è una forma d’amore!

Le cartoline stampabili

Avete presente la frase “basta il pensiero”? Ecco, il perfetto regalo di San Valentino last-minute potrebbero le essere le cartoline di Slothilda, un fumetto animato che segue le vite della bradipina e del suo corgi domestico, Peanut. L’eccentrica coppia è stata creata dalla penna di Dante Fabiero, un disegnatore di Los Angeles. Qui i file scaricabili da stampare direttamente a casa o inviare via mail. Economici e divertenti!

C come cuore.

E comunque sì, sono ancora una che se la prende a cuore. 

Se la vecchietta sul bus ci mette tanto a scendere, io l’aiuto.

Se per strada ti spingono e nemmeno si girano a chiedere scusa, mi chiedo perché.

Se litigo con il mio coinquilino, ci rimango male.

Se con le amiche non va, ci penso un attimo.

Se c’è la pioggia tutta la settimana, mi deprimo.

Se non riesco a perdere quei 2kg, mi innervosisco.

Se prendo una parte di merda al lavoro, non so fare finta.

Se alle mail aggiungono un “come stai”, lo apprezzo.

Se mi fanno qualcosa nun me rimbalza

La prendo di petto, de core e de panza.

Quindi sì, che bello avere un cuore, ma certe volte anche #chepalle.

Ciao ciao 2020: sei stato carino ma non ci vivrei.

Eccolo che torna l’ultimo dell’anno. Puntuale e scomodo come solo la domanda #chefaiaCapodanno? può risultare.

Ma premetto che questo non sarà un barboso articolo sui bilanci, i riassunti, i buoni e i falsi propositi, sul capolinea del 2020, scendere dal treno, ultima fermata. No!

Riavvolgo il nastro a 365 giorni fa. Mentre decidevo quale smalto mettere, indecisa tra rosso rubino e rosso pirata, Sofia Princess – la mia estetista cinese preferita (mi sta simpatica perché ha detto che le sembro una ventiduenne) – mi dice che sarebbe stato l’anno del topo, anno di foltuna, amole, benessele e spelanza di avele. Lei sarebbe tornata in Cina dai suoi genitori il 5 febbraio per il Capadanno cinese. Non l’ho più vista.

  • “Hai preso i pip e patat”? Sì. 
  • “E le sciusciarole?” 
  • “Pure. Sbrigati che facciamo tardi!”

Io e Leo ci saremmo preparati per andare a casa di Gherardo e Clementina e insieme ad altri 20 amici, avremmo cenato con le sedie vicini vicini, facendo le sei del mattino giocando a Trivial Pursuit (ok non sono una party hard girl ma sticazzi).  Avrei distribuito a tutti gli invitati le sparkling lights (in calabrese sciusciarole) contribuendo ad accrescere il mio personaggio caricaturale calabrese che appassiona tanto gli autoctoni (spero) e che quindi replico a ogni festa. Avremmo poi brindato, festeggiato, abbracciato persone. Cose che oggi sono impensabili, proibite, addirittura passibili di multa.

Ripenso alle cene di fine anno degli altri anni e come una moderna Scrooge dei San Silvestri, passo al setaccio i fantasmi dei veglioni passati, presenti e futuri.

Se penso al passato mi vengono in mente gli auguri a mezzanotte e un secondo, dopo il gong del presentatore Rai di turno, baci sulle guance, quelli che ti lasciano anche un po’ di bava e odore di cera di cupra da amici o parenti dinosauri. Come sarebbe riaverli?

I veglioni presenti mi ricordano invece che devo stare lontana dal gin, che negli anni passati non è stato il mio amico del cuore (vedi alla voce sbronza da fine anno con mascherone stile Kiss e intasamento del lavabo, era il 2017); lontana dai colpi di freddo (vedi al capitolo giro in piazza quando ci sono -3 gradi, nottata in bianco e la visione di tutti quei meravigliosi tortellini come non dovrebbero mai essere visti, in un water, era il 2018).

E i capodanni futuri? Li immagino all’insegna della semplicità, circondata da family&friends, magari in compagnia dei Füstemberg, magari con tacchi mozza-dita-dei-piedi, ostriche e champagne.

Quindi cosa cambia in questo veglione casalingo? Tutto e niente. Come mia personale vittoria posso dire che non ci saranno i botti di fine anno, che inquinano l’ambiente e spaventano gli animali domestici. Comuni che avete disposto divieti e multe, avete la mia stima e fiducia!

E poi si ritorna lì, come un sassolino nella scarpa, a fare i conti con se stessi, con i pro e i contro. Sarà più difficile fare il punto per arrivare alla fine di quest’anno che tutti additano come l’anno da cancellare. Io però la spezzo una lancia a favore di questo 2020, che ha la sola colpa di essere bisestile, infame e costellato da momenti cattivi. 

Io qualcosa me la tengo. Dei giorni, dei momenti, dei ricordi di persone che conservo e custodisco nel mio cloud mentale. Perché non abbiamo avuto solo miseria ma anche situazioni piacevoli. C’è chi ha firmato un contratto, chi ha avuto figli, chi si è laureato, chi si è sposato, chi ha trovato casa, bambini che hanno imparato a camminare, chi ha superato una malattia. C’è anche chi non ha combinato un cavolo e credetemi, va bene così! Non voglio sentirmi in colpa perché sono stata felice. Anzi, i momenti schifosi mi hanno fatto apprezzare con più entusiasmo quelli che prima davo per scontati, quelli che scorrevano troppo velocemente in una vita fin troppo frenetica.

E qui si torna in cima, 365 giorni dopo. 

Mentre finisco il pezzo c’è un vecchio caro amico che canta in sottofondo. “L’anno che sta arrivando tra un anno passerà. Io mi sto preparando è questa la novità…!”

Ora ho il cotechino e le lenticchie sul fuoco. Grazie (comunque) 2020, sei stato carino ma non ci vivrei…!

So (this was) Christmas

È stato un Natale strano, ma sicuramente responsabile.

“Non importa quanti anni abbiate o quanto indipendenti vi sentiate. Che siate studenti, business manager, spazzacamini o fashion event organizer, non importa. Se il vostro cognome non finisce in -ini, tutto fa presumere che abbiate origini meridionali. E quindi siete terroni. E anche i terroni hanno diritto alle vacanze di Natale”.

Questo l’incipit di un mio vecchio pezzo al quale tengo molto, uscito nel 2016 su Lungarno che vorrei riprendere per descrivere questo Natale 2020.

Strano perché, per me, ha coinciso con la fine del mio periodo da fuorisede. Per la prima volta non ho festeggiato con i miei genitori, che sono rimasti in Calabria e con i quali ci siamo sentiti tramite le provvidenziali chiamate video di Whatsapp. 

893 i chilometri che ci separavano e pochi e sgranati i pixel utili ad avvicinarci, abbattendo letteralmente la distanza fisica che ci separava e dandoci una parvenza (seppur momentanea) di vicinanza. 

Qui le cose che mi sono mancate di più:

Ciao Bionda! – mio nonno che mi saluta e che mi trova bella nonostante io ingrassi perché quando c’era la guerra erano tutti magri e brutti; zia Maria (tutti al Sud hanno una zia Maria) che prepara dolci di incalcolabili proprietà caloriche; il mio cane che mi fa le feste; le tombolate con amici e parenti dove copri le cartelle con le bucce dei mandarini perché siamo decisamente tanti; papà (e non babbo, attenzione!) che porta la legna in casa, il sorriso di mamma che è felice come solo una Penelope al rientro di Ulisse potrebbe essere, l’odore di agrumi bruciati sui fornelli, un pizzico di cannella nell’aria, le luci kitsch comprate dai cinesi – perché in fondo siamo sempre terroni – e ultimo ma non meno importante il calore dello scaldaletto. Ed è bello, ed è casa”.

Ma se siamo persone intelligenti – senza troppo scadere nell’effetto nastalgia – non ci soffermeremo sulle cose che ci sono mancate ma su quelle che abbiamo avuto. Mi sono vestita elegante (sì per stare in casa!); una cena di pesce favolosa, una bottiglia di bianco, una compagnia eccellente (spoiler alert: non era il preludio di un concepimento!); per la prima volta ho ricevuto regali che non volevo cambiare; dolci calabresi arrivati con il pacco umanitario spedito qualche settimana prima dai miei. Insomma, in un anno in cui abbiamo praticamente passato al VAR ogni situazione, vorrei concentrarmi sul buono di quello che è stato. Le piccole cose, le grandi persone. 

Al netto di tutto, è stato un Natale strano, ma responsabile. E per strano intendo particolare, originale, sicuramente inusuale ma bello. Un Natale a modo nostro con la consapevolezza che il benessere collettivo debba prevalere su quello personale.

E ora che Natale se lo memo levato, avanti con il Capodanno. Aiuto. Ce la faremo?